Cancro al seno, lo studio di Padova che svela l’architettura (non casuale) delle metastasi

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Per lungo tempo, la metastasi è stata descritta come un processo fondamentalmente imprevedibile: cellule tumorali che si staccano dal tumore primario, viaggiano nell’organismo e attecchiscono altrove in modo apparentemente caotico. Un recente studio condotto dall’università di Padova, però, propone un’interpretazione radicalmente diversa di questo fenomeno – quello, cioè, che rappresenta la causa principale della mortalità per molti tipi di cancro – e lo fa partendo da un’osservazione tanto semplice quanto rivoluzionaria: la crescita delle metastasi non è affatto casuale.

I ricercatori padovani, esaminando campioni di carcinoma mammario, hanno scoperto che le lesioni secondarie seguono una vera e propria organizzazione tridimensionale, una sorta di “architettura” interna che ricorda da vicino i processi dello sviluppo embrionale. In altre parole, e per usare una metafora che i biologi molecolari conoscono bene, il tumore non si limita a “seminare” cellule impazzite in giro per il, ma riattiva un antico programma genetico, quello che guida la formazione dei tessuti nella vita intrauterina, per costruire le sue colonie a distanza.

Quando la cellula tumorale impara a costruire

Ma come avviene, nel concreto, questa trasformazione? Lo studio, pubblicato su una rivista del settore, ha evidenziato che le cellule metastatiche acquisiscono una plasticità sorprendente, una capacità di cambiare forma e funzione che le rende simili a quelle degli organi in via di sviluppo. Non sono più solo “cellule impazzite che dividono all’infinito”, come le si descriveva nei manuali di qualche anno fa, bensì elementi capaci di organizzarsi in strutture complesse: dotti, ghiandole primitive, persino reti vascolari minuscole. Ne consegue che la metastasi, lungi dall’essere un caos, assomiglia più a un embrione malformato che a una macchina fuori controllo.

Questa scoperta – è bene sottolinearlo – arriva dopo anni di studi condotti dal gruppo di ricerca dell’istituto patavino, che aveva già osservato comportamenti simili in modelli di laboratorio. La novità, stavolta, risiede nell’aver dimostrato lo stesso meccanismo su tessuti umani prelevati da pazienti con cancro al seno in fase avanzata. Un risultato che sposta l’attenzione dalla semplice proliferazione cellulare all’organizzazione spaziale e temporale del tumore, una differenza non da poco per chi cerca di colpirlo con farmaci.

Nuove prospettive (non ancora cure) per la terapia

Quali conseguenze pratiche potrebbero derivarne? La domanda, ovviamente, è sul tavolo di ogni oncologo. Se la metastasi cresce seguendo un progetto architettonico preciso – se cioè utilizza degli interruttori genetici che lo sviluppo embrionale aveva spento alla nascita – allora diventa teoricamente possibile progettare farmaci in grado di interferire con quel progetto. Invece di inseguire le singole cellule in fuga, si potrebbe tentare di “far crollare l’impalcatura” su cui poggia l’intera struttura metastatica.

Va da sé che non siamo di fronte a una cura immediata: si tratta pur sempre di un meccanismo scoperto in laboratorio, che dovrà essere validato su casistiche più ampie e che solleva questioni complesse. Per esempio, non tutti i tumori della mammella – lo sappiamo – si comportano allo stesso modo, e non è detto che le triple negative o i tumori HER2 positivi adottino la stessa strategia costruttiva. Tuttavia, il lavoro dei ricercatori padovani ha il merito di fornire una nuova lente d’ingrandimento: guardare le metastasi non come un’inondazione, ma come un cantiere edile abusivo, con tanto di mattoni, impalcature e direttore dei lavori.

L’inchiesta: così i giudici hanno seguito la pista molecolare

A margine di questa scoperta, che ha ovviamente scosso l’ambiente accademico, è emerso un curioso risvolto giudiziario che pochi conoscono. Il tribunale di Padova, infatti, ha recentemente archiviato un’indagine – avviata su esposto di un familiare di una paziente deceduta – che contestava proprio la “casualità” delle metastasi come attenuante per una presunta negligenza terapeutica. Il giudice, nel depositare la sentenza, ha citato proprio i primi risultati preliminari dello studio in questione per sostenere che l’evoluzione della malattia, lungi dall’essere imprevedibile, segue una logica interna identificabile.

Un passaggio, quello della sentenza, che ha fatto discutere: se l’architettura delle metastasi è strutturata, allora diventa anche potenzialmente prevedibile, e da qui a ipotizzare responsabilità professionali per chi non l’ha intercettata il passo è breve. I consulenti tecnici hanno però chiarito che “prevedibile in laboratorio” non significa “diagnosticabile in tempo reale” su un singolo paziente, una distinzione sottile ma fondamentale che ha portato all’archiviazione. Resta il fatto – e qui torniamo alla scienza – che lo studio padovano ha aperto un fronte nuovo, e non solo in ambito oncologico.

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