Metastasi come embrioni, lo studio italiano che riscrive le regole del cancro

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Quando si parla di metastasi, l’immagine collettiva – alimentata da decenni di narrativa scientifica semplificata – è quella di un’espansione caotica, quasi anarchica: cellule impazzite che si staccano dal tumore originario come schegge da un proiettile, vagando senza una meta precisa nell’organismo. Eppure, un gruppo di ricercatori coordinato dall’Università di Padova ha appena dimostrato, in uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Cell, che dietro quella che sembrava una devastazione disordinata si nasconde in realtà un’architettura finissima, una geometria interna sorprendentemente affine a quella che guida i primissimi istanti della vita umana, quando un embrione comincia a prendere forma.

Il «cantiere biologico» delle cellule tumorali

Non è una metafora, se ci si concede il lusso di chiamarla così. I ricercatori – tra cui figure dello Iov (Istituto Oncologico Veneto) e dell’Ifom (Istituto Airc di Oncologia Molecolare) – hanno analizzato in tre dimensioni la struttura delle metastasi del cancro al seno, scoprendo che la loro crescita non è affatto il frutto del caso. Anzi, le cellule metastatiche riattivano un vero e proprio programma genetico dormiente, lo stesso che nell’embrione coordina la differenziazione dei tessuti, la migrazione cellulare e la costruzione ordinata di organi e apparati. Un programma bellissimo, per certi versi, se non fosse che qui viene dirottato: piegato a strumento di malattia, di espansione aggressiva, di resistenza alle terapie.

«Rubare» alla vita per diffondere la morte

La scoperta, che arriva dopo anni di osservazioni al microscopio confocale e di modellizzazione computazionale, ribalta un paradigma consolidato. Per moltissimo tempo, gli oncologi hanno immaginato la metastasi come una conseguenza inevitabile della mutabilità genetica: più mutazioni, più disordine, più invasività. E invece no. Il tumore al seno metastatico non improvvisa, ma costruisce seguendo un progetto. Lo fa attingendo a un repertorio di geni – quelli che gli esperti chiamano “geni architetto” – che nella vita adulta restano normalmente silenziati. È come se il cancro risalisse il fiume dell’evoluzione per rubare gli strumenti delle origini, quelli che hanno permesso a ciascuno di noi di passare da un ammasso di cellule indifferenziate a un organismo complesso.

Tre dimensioni per un disegno inquietante

La svolta, rispetto al passato, è anche tecnica. Per la prima volta, infatti, i ricercatori padovani sono riusciti a visualizzare le metastasi in tre dimensioni, mantenendo intatta l’architettura dei tessuti circostanti. Un lavoro certosino, che ha richiesto l’uso di tecniche di chiarificazione degli organi e di anticorpi specifici per marcare non solo le cellule tumorali ma anche quelle sane del microambiente. Quel che ne è emerso è una sorta di planimetria: le metastasi non sono masse amorfe, ma strutture organizzate in nicchie, con vasi che le irrorano in modo ordinato e una rete di segnali molecolari che ricorda da vicino quella osservabile in un embrione di pochi giorni. Un’organizzazione che spiega, tra l’altro, perché alcuni tumori diventano così difficili da estirpare: non perché siano più “cattivi”, ma perché sono più “intelligenti” nel mimetizzare una logica di sviluppo.

Dalla scoperta all’inchiesta molecolare

Se si guarda ai fatti, e solo ai fatti, lo studio di Padova non si limita a descrivere un fenomeno. Offre una chiave interpretativa nuova per quelle che in cronaca nera oncologica si potrebbero definire le “scene del crimine” più complesse: i tumori che recidivano dopo decenni, le metastasi che riemergono quando sembrava tutto finito. La ricerca, finanziata anche da fondazioni private e dall’Airc, ha mappato con precisione i punti di interruzione di questo programma embrionale deviato. E ha identificato alcuni geni – senza entrare qui in dettagli tecnici superflui – che agiscono come “cinghie di trasmissione” tra l’embriogenesi e la progressione metastatica. Individuare questi punti di cedimento, spiegano i coordinatori dello studio, significa ora poter pensare a farmaci che non uccidano semplicemente le cellule in rapida divisione, ma che disorientino il loro progetto architettonico. Come togliere le scale a un palazzo in costruzione, prima che diventi inespugnabile.

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