Cancro alla laringe, scoperto l’interruttore che trasforma i tessuti in fluido e scatena le metastasi

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Salute Redazione Salute   -   Il carcinoma delle corde vocali, una neoplasia che per anni può rimanere clinicamente silente quasi fosse invisibile, cela un meccanismo di difesa terribilmente efficace: la capacità di cambiare improvvisamente consistenza, liquefacendosi parzialmente per invadere i tessuti circostanti. A gettare luce su questo subdolo passaggio, che rappresenta una vera e propria svolta nell’aggressività del tumore, è uno studio condotto dai ricercatori dell’IFOM (Istituto di Oncologia Molecolare di Milano, sostenuto dalla Fondazione AIRC) in collaborazione con il Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia (DIPO) dell’Università Statale di Milano. I risultati, pubblicati sulla rivista Advanced Science, hanno identificato per la prima volta quelle specifiche molecole che agiscono da interruttore, trasformando un tessuto solido – fermo e confinato – in una massa fluida capace di muoversi e, di conseguenza, di metastatizzare.

Quando la solidità diventa fluida: la svolta molecolare

L’analisi, condotta esclusivamente in laboratorio su modelli cellulari avanzati (quindi non su pazienti), ha utilizzato cellule umane sia sane che tumorali prelevate da carcinomi squamocellulari e delle corde vocali. Attraverso tecniche di biologia molecolare di ultima generazione e colture primarie, il team è riuscito a ricostruire il processo che porta il tumore a cambiare “stato fisico”. Non si tratta di una metafora, ma di un evento reale: alcune proteine, se alterate, compromettono la coesione tra le cellule. Il tessuto, perdendo la sua rigidità originale, acquisisce una mobilità che prima non aveva. Questo passaggio è cruciale, perché è proprio grazie a questa trasformazione che le cellule neoplastiche si staccano dalla massa madre per intraprendere il viaggio che le porterà a formare metastasi a distanza.

Il motore silenzioso dell’aggressività

Parallelamente a questa scoperta, un altro fronte di ricerca – internazionale – ha fatto luce su ciò che accade nei lunghi anni di “silenzio” del tumore. Le neoplasie, spiegano gli esperti coinvolti in uno studio pubblicato sul *Journal of Translational Medicine* (a cui hanno partecipato l’Istituto dei tumori Pascale di Napoli, la Vanvitelli, la Cattolica di Roma e le Università di Messina e Salerno), possono restare dormienti finché i sistemi di riparazione del Dna funzionano. Quando questi meccanismi di difesa si compromettono, ecco che si innesca il motore dell’aggressività. Individuare questo “motore” significa, per i ricercatori, avere la possibilità di intervenire prima che la macchina neoplastica inizi a correre in modo incontrollato. È una fase di transizione, quella tra la quiete e l’esplosione, che ora diventa un bersaglio terapeutico concreto.

La scommessa della prevenzione molecolare

Se da un lato lo studio dell’IFOM e della Statale di Milano fornisce le basi per capire *come* il tumore diventi fluido e invasivo, dall’altro la ricerca coordinata dal Pascale spiega *quando* e *perché* questo evento critico può verificarsi. Non c’è, al momento, una correlazione diretta tra i due studi se non nel filo logico che unisce la biologia di base alla clinica. La scoperta delle molecole “interruttore” apre la strada a future applicazioni: inibendo quei specifici recettori o proteine, si potrebbe teoricamente mantenere il tumore allo stato solido, bloccandolo fisicamente nella sua posizione originale e impedendogli di fatto di invadere. Si tratta di un approccio che cambierebbe radicalmente la prognosi di quei tumori della testa e del collo, storicamente difficili da operare senza lasciare segni evidenti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.