Il ministero "spegne" tre autovelox su quattro, mentre il nodo omologazione rischia nuovi ricorsi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un silenzio durato trentatré anni, un vuoto normativo che ha lasciato proliferare, in un grigio territorio tra legittimità e arbitrio, migliaia di apparecchi per la rilevazione della velocità, viene oggi affrontato con un decreto la cui bozza è stata notificata a Bruxelles. Il testo, che il ministero dei Trasporti ha perfezionato dopo aver ritirato, la scorsa primavera, una prima versione oggetto di aspre critiche, giunge a valle di un censimento nazionale i cui esiti, resi noti in queste settimane, dipingono una situazione al limite della legalità. Di circa undicimila dispositivi sparsi per la penisola, infatti, soltanto tremilacinquecento sono iscritti nel registro telematico istituito dal Mit, una piattaforma operativa da fine settembre che dovrebbe rappresentare l’anagrafe ufficiale; un dato che, di per sé, racconta di un sistema farraginoso e in larga parte incontrollato.

Un panorama sconnesso e i rischi per gli enti locali

Quella che emerge dalle cifre è una geografia frammentata della sorveglianza stradale, dove la maggior parte degli strumenti in uso non risulta, al momento, conforme agli adempimenti richiesti. Lo stesso ministero stima che solamente poco più di un migliaio di apparecchi, tra quelli censiti, possano considerarsi automaticamente in regola con le nuove disposizioni, lasciando intendere che una mole enorme di dispositivi è destinata a essere dismessa o a sottoporsi a iter complessi. Gli enti locali, molti dei quali hanno installato velox o tutor senza seguire procedure chiare – quando non del tutto inopportune – si trovano ora esposti a contestazioni giudiziarie non banali, che vanno dalla nullità delle sanzioni elevate fino a ipotesi di condanna per il reato di abuso d’ufficio, aggravato dal fine di lucro, come alcuni precedenti giurisprudenziali hanno già segnalato.

La lunga gestazione del decreto correttivo

Il decreto ministeriale “correttivo”, la cui bozza è stata trasmessa al Consiglio superiore dei lavori pubblici per il parere e al ministero delle Imprese per la notifica Ue, rappresenta il tentativo di porre un argine a una deriva durata decenni. La sua gestazione, tuttavia, non è stata lineare: il primo invio a Bruxelles risaliva al marzo scorso, ma il documento fu ritirato per "ulteriori approfondimenti" dopo un acceso dibattito pubblico, che ne aveva evidenziato diverse criticità. La versione attuale, stando a quanto si apprende, presenta solo lievi modifiche rispetto a quella originaria, un fatto che solleva interrogativi sulla sua effettiva capacità di risolvere le annose questioni tecniche e giuridiche, compresa quella spinosa dell’omologazione individuale di ogni strumento.

La voce delle associazioni e il principio delle regole

Tra le voci più attive nel chiedere rigore e chiarezza c’è quella di Altvelox, associazione con sede a Belluno il cui presidente, parlando della propria formazione sportiva, evoca una metafora calzante: "Il rugby mi ha insegnato che senza regole e senza rispetto, il campo diventa una rissa". Un principio che l’associazione applica alla materia della sicurezza stradale, sottolineando come la validità di uno strumento di controllo debba fondarsi su regole certe, trasparenti e rispettate da tutti. La mancata omologazione degli apparecchi, d’altronde, non è una questione meramente burocratica, bensì il fondamento stesso della legittimità dell’azione di polizia stradale e della fiducia dei cittadini nelle istituzioni, i quali hanno il diritto di essere sanzionati solo da dispositivi la cui precisione e conformità siano state verificate senza ombra di dubbio.

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