The echo chamber, l'appartamento dei desideri di Pallaoro a Venezia 83. Il fantasma di Bertolucci tra Marinelli e Vikander.
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nella suggestiva e talvolta spettrale cornice del Concorso di Venezia 83, dove il confine tra realtà e messinscena si assottiglia fino a quasi dissolversi, un'altra casa diventa il palcoscenico di un dramma umano e sentimentale. Dopo la “stanza del sesso” di Nanni Moretti, è la volta dell'appartamento-gabbia di "The echo chamber", l'ultima fatica di Andrea Pallaoro che porta sul grande schermo, con un rigore formale che ricorda i maestri del passato, l'ultimo soggetto firmato da Bernardo Bertolucci.
Un'operazione ambiziosa, e non priva di rischi, quella del regista italiano cresciuto negli Stati Uniti, che ha scelto di confrontarsi con l'eredità di un gigante del cinema, trasformando un copione rimasto incompiuto in un'esperienza cinematografica totalizzante e, per certi versi, effimera.
Il film di fantasmi di Bertolucci
"Continuo a pensare a questo film come a un film di fantasmi". Questa la frase che Bernardo Bertolucci ripeteva alle sceneggiatrici Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, nella sua ultima dimora romana, mentre insieme immaginavano la storia di un uomo e una donna che condividono lo stesso spazio abitativo senza mai incontrarsi veramente, forse senza nemmeno conoscersi fino in fondo.
D'altronde, chi ha familiarità con la sua opera sa quanto il regista de "L'ultimo imperatore" abbia sempre trasformato il cinema in una forma di autobiografia obliqua, un gioco di specchi in cui anche quando sembrava raccontare storie lontane, finiva inevitabilmente per raccontare se stesso, i suoi desideri, le sue ossessioni e le sue paure più profonde. Questo fantasma, il suo ultimo pensiero cinematografico, aleggia ora nella pellicola di Pallaoro, che insieme alle due sceneggiatrici ha avuto il compito ingrato, quanto affascinante, di dare corpo e voce a quelle idee.
Un appartamento bellissimo e vuoto
Il risultato di questa operazione è "The Echo Chamber", un film che si presenta come un appartamento bellissimo, arredato con gusto e cura maniacale, ma che rischia di rimanere, a tratti, dolorosamente vuoto. La sceneggiatura, che porta la firma illustre di Bertolucci, diventa la gabbia dorata in cui si muovono i personaggi interpretati da un trio di attori di straordinario talento: Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon.
Il regista, con il suo sguardo rigoroso e la scelta di un formato quasi quadrato, l'1,22:1, costringe gli spettatori a guardare all'interno di questo spazio claustrofobico, dove i corpi e gli sguardi dei protagonisti si cercano e si sfiorano senza mai davvero incontrarsi, in una danza di desiderio e frustrazione che si protrae per circa due ore.
Un'atmosfera sospesa, quella creata da Pallaoro, che deve molto al cinema del suo illustre predecessore, al suo modo di indagare le crepe dell'animo umano attraverso l'architettura e il vuoto, ma che talvolta si perde in un eccesso di stile e compostezza.
Il peso di un'eredità ingombrante
Il compito assunto da Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini, chiamate a ricevere e adattare l'ultimo soggetto di Bertolucci, era certamente grato ma al contempo enormemente ingombrante. La presenza di un simile lascito, il peso di dover onorare la memoria di un maestro, rischia di schiacciare il film, di trasformarlo in un esercizio di stile o, peggio, in un museo di citazioni.
E se da un lato l'operazione riesce a restituire un'atmosfera spiritualmente bertolucciana, dall'altro emerge una certa fatica, una lentezza che non sempre si trasforma in attesa o tensione, ma che in più di un'occasione si trascina fino a sfiorare la stasi. La prima proiezione per la stampa ha raccolto un rumoroso sospiro di sollievo al termine della proiezione, un segnale che non lascia spazio a troppi dubbi sull'impatto emotivo e sulla tenuta narrativa del film, che sembra vivere più di ambizioni che di sostanza compiuta.
Susan Sarandon e la luce di Venezia
In questo contesto di rigore formale e dramma psicologico, emerge con prepotenza la figura di Susan Sarandon. L'attrice americana, che di Bertolucci è stata amica e estimatrice, è una vera e propria luce a Venezia, capace di illuminare lo schermo con il suo sorriso generoso e la sua ironia gentile, donando al film quei guizzi di umanità che sembrano talvolta mancare al resto della narrazione.
Tuttavia, come già accennato, nemmeno la presenza di una diva del suo calibro sembra bastare ad accendere completamente la materia del film, che vegeta in una dimensione sospesa, quasi onirica, prima di giungere a un finale atteso e forse fin troppo agognato.
Il film, in concorso alla 83esima edizione della Mostra del Cinema, rappresenta senza dubbio un tentativo coraggioso e ambizioso di confrontarsi con un'eredità pesante, ma l'alchimia che avrebbe dovuto trasformare il rigore in emozione e il desiderio in azione non scatta mai del tutto, lasciando lo spettatore con la sensazione di aver assistito a un esercizio di stile più che a un'opera viva e pulsante.
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