Legge svuota-carceri per tossicodipendenti, le comunità chiedono risorse
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Redazione Interno
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La legge svuota-carceri per tossicodipendenti è entrata in vigore il 21 agosto con l’obiettivo di consentire ai detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti che aderiscono a un programma di recupero di scontare la pena residua ai domiciliari in una comunità terapeutica. Le comunità di recupero hanno accolto il principio alla base del provvedimento, cioè la cura delle persone con dipendenze al posto della detenzione, ma hanno espresso una posizione prudente. La richiesta principale riguarda le risorse necessarie per rendere effettiva l’applicazione della norma, senza fermarsi alla sola approvazione della legge.
Il provvedimento, la legge 140/2026, prevede la possibilità di accedere alla detenzione domiciliare in comunità terapeutica per condanne residue fino a otto anni di reclusione, limite che scende a quattro anni nei casi relativi a reati più gravi. La misura era stata approvata in via definitiva dal Parlamento alla fine di luglio ed è stata pensata come risposta alla situazione di sovraffollamento delle carceri. Le comunità terapeutiche hanno sottolineato che il percorso di recupero richiede strutture e strumenti adeguati per poter essere realizzato concretamente.
La posizione delle comunità e il nodo delle risorse
La reazione delle comunità terapeutiche all’entrata in vigore della legge è stata descritta come cauta, senza particolari entusiasmi ma nemmeno con una valutazione negativa del principio generale. Il trasferimento delle persone tossicodipendenti o alcoldipendenti verso programmi di recupero viene considerato un obiettivo condiviso, perché sposta l’attenzione dalla sola permanenza in carcere alla possibilità di seguire un percorso di cura. Resta però il tema delle risorse economiche e organizzative necessarie per accogliere nuovi percorsi e garantire l’attuazione delle disposizioni previste.
L’urgenza del provvedimento è legata anche ai dati sul sovraffollamento carcerario indicati nei giorni precedenti all’entrata in vigore della norma. Il 19 agosto il livello di sovraffollamento era del 141,3%, un dato che ha accompagnato il dibattito sulla necessità di interventi per alleggerire la pressione sugli istituti penitenziari. La legge nasce quindi in un contesto caratterizzato dalla ricerca di soluzioni alternative per alcune categorie di detenuti, con particolare attenzione a chi decide di aderire a un programma di recupero per le dipendenze.
Le critiche e la difesa della nuova misura
L’entrata in vigore della legge ha aperto anche un confronto politico e istituzionale. Il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri ha definito il provvedimento un possibile «indulto mascherato», sostenendo il rischio che potesse portare alla liberazione di persone legate alla criminalità organizzata. A queste critiche ha risposto il vice ministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, spiegando che la legge 140/2026 sarebbe più rigorosa rispetto alla normativa precedente e sottolineando la presenza di criteri specifici per l’accesso alla misura.
Anche Maurizio Gasparri ha preso posizione sulla discussione nata intorno alla norma, affermando che la legge non consentirebbe scarcerazioni di massa per i detenuti tossicodipendenti, ma sarebbe finalizzata a facilitare percorsi di recupero. Gasparri ha richiamato inoltre il proprio impegno a sostegno delle comunità terapeutiche e il confronto avuto in passato con Gratteri sul tema. Il dibattito resta quindi concentrato sull’equilibrio tra la necessità di affrontare il sovraffollamento carcerario e l’esigenza di garantire controlli e percorsi di recupero adeguati.
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