Lo stop di Orcel non significa che il risiko bancario sia al tramonto
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Redazione Economia
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Non è finita, anche se scriverlo non equivale a scoprire l’America, come accadde a Cristoforo Colombo. Ma è necessario che investitori, creditori, politici e semplici cittadini – senza dimenticare banchieri e lettori attenti – sappiano che la partita sulle fusioni bancarie non si è chiusa con l’annuncio di Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit, di aver interrotto l’operazione su Banco Bpm.
Dietro questa decisione, del resto, si intravede all’orizzonte Crédit Agricole, probabilmente più gradito sia al management di Bpm che al governo italiano. Una preferenza che sorprende, considerando i recenti attriti tra Roma e Parigi, soprattutto dopo le posizioni intransigenti del presidente francese Emmanuel Macron nei confronti di Donald Trump, ora nuovamente alla Casa Bianca.
Intanto, S&P Global Ratings ha confermato il rating "BBB/A-2" di Banco Bpm, mantenendo l’outlook positivo nonostante il ritiro dell’offerta da parte di Unicredit. Una mossa attesa, dato che l’acquisizione – annunciata il 25 novembre 2024 – aveva già sollevato polemiche legali e normative, complicando il percorso.
Ma il risiko non si ferma qui. Secondo alcune indiscrezioni, Unicredit avrebbe già spostato l’attenzione verso nuovi scenari europei, con possibili operazioni in Germania e Polonia, dove Commerzbank rappresenta un obiettivo interessante. Una strategia che dimostra come la rinuncia a Bpm non sia dettata da una mancanza di ambizioni, ma piuttosto da un cambio di priorità.
A Novara, intanto, il day after della ritirata è stato vissuto con un certo sollievo. Nico De Angelis, condirettore generale di Bpm, ha sottolineato come gli ultimi otto mesi, pur carichi di incertezze, abbiano rafforzato il legame tra la banca e il territorio. «Abbiamo avuto un riscontro straordinario da colleghi, istituzioni e imprese», ha dichiarato, ribadendo la validità di un modello basato sulla prossimità con risparmiatori e aziende.




