Lotta al caporalato, Chanel e altre griffe sotto la lente dei pm di Milano

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Due mesi fa i carabinieri del Nucleo tutela del lavoro sono entrati in un capannone di Pero, nell'hinterland milanese, che ospita la ditta Moda Fashion Style. Hanno scoperto operai cinesi in nero e privi di permesso di soggiorno, ospitati in condizioni definite «degradanti», chini da mattina a sera su macchinari «senza sistemi di sicurezza». Nell'opificio, inoltre, sono stati trovati «in lavorazione» i prodotti di grandi marchi della moda.

Un copione analogo si è ripetuto il 25 giugno scorso in un laboratorio della Isacco srl a Marnate, in provincia di Varese, dove sono emerse irregolarità nei contratti e paghe a cottimo in «palese difformità» rispetto alla contrattazione collettiva. Da queste due ispezioni è scattato un nuovo filone investigativo che ha portato la Procura di Milano a chiedere documenti a una decina di griffe del lusso, tra cui Chanel, Brunello Cucinelli e Moncler.

Il faro della procura sui modelli organizzativi

Il pubblico ministero Paolo Storari ha richiesto l'esibizione di atti a marchi come Owenscorp Italia (che produce il brand Rick Owens), Goyard Italie, Stefano Ricci, Bulgari, Jacob Cohen Company ed Etro, oltre ai già citati Chanel, Brunello Cucinelli e Moncler. Le richieste sono state notificate anche ai fornitori F.Vl. e Brandart, risultati essere il tramite tra i grandi marchi e gli opifici ispezionati.

L'obiettivo, come si legge nel provvedimento, è «appurare il grado di coinvolgimento» delle imprese «nell'utilizzo della manodopera sfruttata e l'idoneità dei modelli organizzativi» adottati per prevenire fenomeni di caporalato. Nessuna delle società destinatarie della richiesta risulta al momento indagata.

Due ispezioni, una filiera sotto accusa

Nell'ispezione del 14 maggio a Pero, i carabinieri hanno constatato che l'impresa Moda Fashion Style «impiega lavoratori in nero privi di permesso di soggiorno» e che gli operai, tutti stranieri, erano «sottoposti a situazioni alloggiative degradanti». Un mese dopo, il controllo nel laboratorio di Marnate ha rivelato un quadro simile: lavoratori irregolari e paghe a cottimo che violano la contrattazione collettiva.

Secondo quanto ricostruito, da questi due piccoli opifici, risalendo la catena di subappalti, partivano lavorazioni per conto di fornitori che riforniscono i grandi marchi del lusso, per la realizzazione di capi e accessori venduti a migliaia di euro. L'analisi dei consumi elettrici del laboratorio di Pero ha addirittura evidenziato «lavorazioni durante tutto l'arco della giornata e nei giorni festivi», oltre al rinvenimento di «etichette con la scritta made in Albania».

Un'indagine che si allarga

Il provvedimento richiesto dal pm Storari mira a ottenere, per ciascuna griffe, gli audit degli ultimi due anni sulla filiera produttiva e i modelli organizzativi interni di controllo. La procura intende verificare se le aziende fossero a conoscenza delle condizioni di sfruttamento nei laboratori dei loro subfornitori e se i loro sistemi di governance siano realmente efficaci nel prevenire questi reati.

L'inchiesta si inserisce in un più ampio contesto di indagini sul caporalato nel settore della moda che, già alla fine del 2025, aveva portato il pm Storari a chiedere documenti ad altri 13 grandi gruppi, tra cui Dolce&Gabbana, Versace, Prada e Gucci. L'attenzione della magistratura si concentra sulla complessa e spesso opaca catena di appalti e subappalti che caratterizza la produzione dell'alta moda italiana, dove il rischio di infiltrazioni e sfruttamento della manodopera è particolarmente elevato.

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