Glovo sotto controllo giudiziario, l’inchiesta di Milano sul caporalato digitale
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Redazione Interno
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La società italiana di Glovo, Foodinho srl, è stata posta sotto controllo giudiziario con un decreto d’urgenza emesso dalla Procura di Milano ed eseguito dai carabinieri del Gruppo tutela del lavoro. Il provvedimento, che attende la convalida di un gip, descrive un modello operativo strutturato su «condizioni di sfruttamento», un sistema che, secondo gli inquirenti, fa deliberatamente leva «sullo stato di bisogno dei lavoratori» per estrarre profitto. L’amministratore unico Pierre Miquel Oscar, così come la società stessa, sono accusati del reato di caporalato, un’ipotesi che trasforma radicalmente la natura giuridica del rapporto con i migliaia di rider coinvolti.
I numeri dell’indagine e il campione retributivo
Le investigazioni, coordinate dal pm Paolo Storari, hanno prodotto un’analisi dettagliata delle retribuzioni, dalla quale emergono dati che i militari dell’Arma definiscono emblematici. Dal campione esaminato, infatti, risulta che il 75% dei cosiddetti ciclofattorini percepisce un compenso annuo lordo al di sotto della soglia di povertà, con uno scostamento medio di circa cinquemila euro. Se si prendono poi a riferimento i contratti collettivi nazionali di lavoro del settore, la percentuale di chi è sottopagato sale all’87,5%, con differenze che possono toccare, nei casi più eclatanti, i dodicimila euro all’anno. Sono cifre che, se confermate, delineano una distanza abissale tra la retorica dell’innovazione flessibile e la concretezza di rapporti di lavoro privi delle più elementari tutele.
L’organizzazione del lavoro e il ruolo dell’algoritmo
L’inchiesta non si limita alla sfera economica, ma scava nella sostanza del rapporto di lavoro, smontando la qualificazione di autonomia formale attribuita ai rider. Secondo quanto accertato dai magistrati, l’organizzazione dell’attività è interamente gestita e diretta dalla piattaforma, la quale decide unilateralmente i turni, assegna gli ordini e ne monitora l’esecuzione attraverso algoritmi che tracciano tempi, percorsi e performance. Questi stessi sistemi di controllo digitale implementano, di fatto, meccanismi di penalizzazione e di disconnessione dalla piattaforma che equivalgono, nella loro sostanza coercitiva, a veri e propri provvedimenti disciplinari, tipici di un rapporto di subordinazione e non di una collaborazione autonoma.
Le contestazioni sindacali e il quadro normativo
Le risultanze dell’indagine giudiziaria sembrano dare concretezza alle denunce avanzate da tempo da una parte del sindacato, come l’Unione Sindacale di Base, che da anni sostiene come i rider siano «lavoratori subordinati a tutti gli effetti, mascherati da finte partite IVA» per eludere diritti e contratti. La misura del controllo giudiziario, per la sua natura cautelare, segnala la gravità delle ipotesi di reato contestate e impone alla società un regime di sorveglianza e di vincoli sulla sua attività gestionale, in attesa degli sviluppi processuali. L’episodio si inserisce in un dibattito più ampio, che vede le istituzioni europee e nazionali confrontarsi con la necessità di regolamentare un settore in cui la tecnologia spesso opacizza i tradizionali confini del diritto del lavoro.




