Il cognato di Fontana indagato per caporalato, controllo giudiziario per Paul

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Procura di Milano ha esteso le proprie verifiche sull’universo della moda e del made in Italy, e l’inchiesta coordinata dai pm Paolo Storari e Daniela Bartolucci ha portato alla luce una presunta rete di sfruttamento della manodopera che avrebbe coinvolto, a vario Titolo, due società di abbigliamento di primo piano. Il provvedimento, notificato nella giornata di ieri, dispone il controllo giudiziario con effetto d’urgenza per Dama Spa, la holding che controlla il noto marchio Paul&Shark, e per Alberto Aspesi Spa, realtà altrettanto nota nel settore dei piumini e dell’alta gamma. Tra le persone finite nel registro degli indagati figura Andrea Dini, amministratore delegato di Dama e personalità di spicco dell’imprenditoria varesina, nonché cognato del governatore della Lombardia, Attilio Fontana, essendo quest’ultimo sposato con la sorella Roberta.

Il nucleo dell’accusa, che per il momento coinvolge altre cinque persone i cui nomi non sono stati resi noti, ruota attorno alle condizioni di lavoro imposte a decine di operai di origine cinese. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la manodopera sarebbe stata impiegata in uno stato di oggettiva necessità e bisogno, caratteristica questa che integra la fattispecie del caporalato. Gli orari, stando agli atti depositati, sarebbero stati estenuanti: turni che andavano dalle otto del mattino alle dieci di sera, per sette giorni alla settimana, senza soluzione di continuità e con retribuzioni definite in palese contrasto con quanto stabilito dai contratti collettivi nazionali di lavoro. La filiera dello sfruttamento sarebbe emersa con chiarezza dagli accertamenti condotti dalla Guardia di Finanza in un opificio di Garbagnate Milanese, dove i carabinieri del Nil avrebbero documentato situazioni di degrado igienico-sanitario e la presenza di lavoratori sprovvisti di permesso di soggiorno; da quel laboratorio, gestito dalla G Max 365 srl, partivano le lavorazioni per conto dei due brand finiti sotto la lente della magistratura.

L’organizzazione aziendale e la consapevolezza degli illeciti

Ciò che i pubblici ministeri contestano non è soltanto la situazione oggettiva dei lavoratori, ma la presunta consapevolezza da parte dei vertici delle due aziende committenti. L’ipotesi investigativa, infatti, si fonda sulla reiterazione delle violazioni e sulla mancanza, all’interno di Dama Spa, di una struttura organizzativa multilivello deputata al controllo e alla verifica dei fornitori. Per i magistrati, le due imprese non avrebbero potuto ignorare le modalità con cui venivano realizzati i capi, dato che i risparmi sul costo del lavoro e l’assenza di tutele rappresentavano un vantaggio economico diretto nella produzione. La misura del controllo giudiziario, che dovrà essere convalidata dal giudice per le indagini preliminari nei prossimi dieci giorni, mira proprio a intervenire sulla governance aziendale per rimuovere le cause che hanno portato al presunto illecito, senza interrompere l’attività produttiva.

Dama Spa, che ha sede in via Piemonte a Varese e conta circa trecento dipendenti con un fatturato che supera i cento milioni di euro, è da decenni un pilastro dell’abbigliamento di lusso italiano, celebre per i suoi capi ispirati al mondo della vela e per il packaging in tubi metallici che richiamano le vecchie dotazioni navali. Andrea Dini, che guida l’azienda subentrando al padre Paolo, vanta una solida formazione tra la Bocconi e la Georgetown University e ha sempre puntato sulla sostenibilità ambientale come cavallo di battaglia del marchio, un aspetto che stride con le attuali contestazioni giudiziarie. La posizione dell’amministratore delegato, difeso dall’avvocato Jacopo Pensa, si inserisce in un quadro investigativo complesso che attende ora il vaglio del tribunale.

Il precedente giudiziario e le dichiarazioni pubbliche

Non è la prima volta che il nome di Andrea Dini incrocia i fascicoli della Procura. Tra il 2020 e il 2023, l’imprenditore era finito al centro di un’altra bufera giudiziaria, quella relativa alla fornitura di camici e dispositivi di protezione individuale durante l’emergenza pandemica. In quell’occasione, Dini era indagato insieme al cognato Fontana per frode in pubbliche forniture, un’accusa legata alla trasformazione in donazione di una commessa da 513mila euro. La vicenda si era conclusa con il proscioglimento di tutti gli imputati perché il fatto non sussisteva, una decisione che all’epoca aveva chiuso il capitolo giudiziario ma non le polemiche politiche e mediatiche. Ieri, a margine di un evento pubblico, lo stesso governatore Attilio Fontana ha voluto rilasciare una dichiarazione in merito alla nuova inchiesta, limitandosi a ricordare come il cognato abbia già dimostrato in passato la propria estraneità a contestazioni rivelatesi infondate, aggiungendo che sarà ancora una volta il lavoro della magistratura a stabilire la verità.

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