Il cognato di Fontana indagato per caporalato, sotto inchiesta i marchi Paul

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un cartello scritto in cinese, affisso in un laboratorio a pochi chilometri da Milano, dettava ritmi di lavoro disumani: dalle otto del mattino alle dieci di sera, sette giorni su sette. In quell’opificio di Garbagnate Milanese, gestito da cittadini cinesi, venivano cuciti capi destinati a boutique di lusso, pronti per essere venduti a prezzi superiori ai millenovecento euro. Il costo di produzione per i committenti, emerso dalle carte della Procura di Milano, era di appena centosette euro a giubbotto: un margine che i pubblici ministeri quantificano tra il novantacinque e l’ottantasette per cento. La nuova inchiesta per caporalato, coordinata dal pm Paolo Storari, ha portato alla luce una filiera dello sfruttamento che coinvolge due noti brand della moda, Dama spa – titolare del marchio Paul&Shark – e Alberto Aspesi spa, finite entrambe sotto controllo giudiziario con la nomina di un amministratore che affiancherà i vertici aziendali.

Due ispezioni, lo stesso degrado e l’inerzia dei brand

La Guardia di Finanza, intervenuta nel capannone della società M&G Confezioni prima e della Gmax 365 poi – realtà avvicendatesi nella stessa sede e con la stessa sostanza operativa – ha documentato condizioni che si ripetevano identiche a distanza di due anni, nonostante il formale cambio di ragione sociale del fornitore. Operai senza permesso di soggiorno, stipendi ben al di sotto dei minimi contrattuali, alloggi di fortuna privi dei requisiti igienico-sanitari e un impianto di videosorveglianza installato illegalmente per monitorare i lavoratori. I finanzieri hanno sequestrato un quaderno manoscritto su cui erano annotati i numeri di telefono dei referenti di Dama e Aspesi, insieme alle istruzioni dettagliate da seguire nella produzione. Un particolare che, agli occhi degli inquirenti, dimostra il rapporto stretto e consapevole tra i committenti e il fornitore. Personale dei due brand, stando alle dichiarazioni raccolte, si recava nell’opificio più volte alla settimana per verifiche, mentre i contatti telefonici e via mail erano quotidiani. Una presenza che i pm ritengono fosse finalizzata esclusivamente al controllo della qualità del prodotto, mantenendo una sostanziale cecità – definita “indifferenza” negli atti – sulle condizioni di sfruttamento degli operai.

I numeri dell’inchiesta e i precedenti giudiziari

Andrea Dini, amministratore delegato di Dama spa e cognato del presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, figura tra gli indagati insieme al presidente di Aspesi Francesco Umile Chiappetta e a tre cittadini cinesi amministratori delle società fornitrici. La moglie del governatore, Roberta Dini, detiene una quota del dieci per cento della società controllata per il novanta per cento dal fratello: una posizione, la sua, che al momento non risulta oggetto di contestazioni. La Dama spa, che vanta ricavi annui superiori ai cento milioni e oltre trecento dipendenti, aveva già incrociato le aule giudiziarie durante l’emergenza Covid, quando fu indagata nell’ambito del cosiddetto “caso camici” per la fornitura alla Regione Lombardia. Vicenda che si concluse con l’archiviazione e il proscioglimento di tutti gli imputati. Ora l’accusa è di sfruttamento della manodopera in stato di bisogno, con orari prolungati e retribuzioni da fame. Un reato che, per la Procura, non può essere ignorato dai vertici aziendali, tanto che nel decreto si legge come “pare francamente difficile escludere il dolo delle figure apicali”.

Un sistema consolidato e la risposta della magistratura

La misura del controllo giudiziario, disposta d’urgenza, mira a interrompere un meccanismo produttivo che i magistrati definiscono “radicato e collaudato”. Le fatture più recenti tra i brand e il fornitore risalgono a febbraio, a dimostrazione che il rapporto commerciale proseguiva incurante dei rilievi mossi dalla stessa Procura e della sottoscrizione di protocolli di legalità avvenuti solo pochi mesi fa in Prefettura. Lo studio delle curve di assorbimento elettrico dell’opificio ha smentito le dichiarazioni ritenute “indottrinate” dei lavoratori, confermando cicli produttivi medi di quattordici ore al giorno, compresi sabato, domenica e festivi. Accanto ai capi griffati pronti per la consegna, i militari hanno trovato i tuguri adibiti a dormitorio. Un contrasto che riassume, nella materialità dei luoghi, il cuore dell’indagine: il lusso venduto nelle boutique e il degrado in cui viene prodotto. L’inchiesta della Procura di Milano prosegue per accertare responsabilità e complicità in una filiera che dalla provincia lombarda arriva fino ai negozi più esclusivi.

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