Il cognato di Fontana di nuovo nei guai: per la procura sfruttava operai cinesi per i giubbotti di lusso
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Redazione Interno
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La parabola di Andrea Dini, amministratore delegato di Dama Spa e uomo simbolo di un certo modo di fare impresa in Lombardia, incrocia di nuovo il filo della cronaca giudiziaria. L’imprenditore varesino, che aveva già dovuto affrontare le tempesta mediatica e legale della cosiddetta “vicenda dei camici” durante l’emergenza Covid – una bufera dalla quale era uscito con un proscioglimento nel 2022 – si trova ora al centro di un’altra, e ben più grave, inchiesta della Procura di Milano. I pubblici ministeri Paolo Storari e Daniela Bartolucci, noti per il loro impegno contro lo sfruttamento lavorativo nel settore della moda, hanno infatti disposto il controllo giudiziario d’urgenza per Dama Spa, la società che controlla il celebre marchio Paul&Shark, e per Alberto Aspesi Spa. Al centro dell’indagine, l’ipotesi di caporalato ai danni di decine di operai cinesi, impiegati in condizioni definite “al di sotto del minimo etico” in laboratori situati a poca distanza dal capoluogo lombardo.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il meccanismo di produzione dei capi di alta moda – giubbotti e piumini che nelle boutique vengono venduti a cifre che possono superare i mille euro – si reggeva su una filiera esternalizzata e, apparentemente, fuori controllo. Le indagini, partite da un’ispezione della Guardia di Finanza in un opificio di Garbagnate Milanese, hanno portato alla luce una realtà fatta di turni massacranti, retribuzioni da fame e alloggi di fortuna ricavati all’interno degli stessi capannoni. In uno di questi laboratori, che dopo un primo controllo aveva semplicemente cambiato ragione sociale da M&G Confezioni a G Max 365, gli operai lavoravano dalle otto del mattino alle dieci di sera, sette giorni su sette, come del resto era esplicitato da un cartello in cinese affisso alle pareti. Un ritmo che emerge in modo inequivocabile anche dalle curve di consumo elettrico, le quali mostravano cicli produttivi continui, senza soluzione di continuità, capaci di spingersi fino a quattordici ore giornaliere.
Margini da capogiro e la “cecità” dei brand
Il cuore dell’accusa, però, non si limita a fotografare il degrado in cui versavano i lavoratori – molti dei quali privi di permesso di soggiorno e alloggiati in locali privi di luce naturale e con abusi edilizi – ma punta dritto alla responsabilità dei vertici aziendali dei grandi marchi. La Procura, nelle sue carte, parla di una sostanziale “indifferenza” da parte di Dama e Aspesi, le quali, pur effettuando controlli periodici sulla qualità del prodotto finito, avrebbero sistematicamente chiuso entrambi gli occhi di fronte alle condizioni disumane in cui quel prodotto veniva realizzato. Un comportamento che, per i magistrati, rende “francamente difficile escludere il dolo delle figure apicali”. A supporto di questa tesi, gli investigatori hanno rinvenuto un quaderno manoscritto nell’opificio, sul quali erano annotati non solo i numeri di telefono dei referenti di Dama e Aspesi, ma anche le dettagliate istruzioni da seguire per la produzione, a dimostrazione di un rapporto continuativo e tutt’altro che episodico.
La convenienza economica di questo sistema, per i magistrati, è palese e si traduce in margini di guadagno che rasentano l’incredibile. Dalle fatture e dai documenti acquisiti, emerge che un “carcoat reversibile” del marchio Paul&Shark veniva commissionato al laboratorio a un costo industriale di circa 107 euro, per essere poi rivenduto al pubblico a 1.945 euro. Un margine, spiegano i pm, che oscilla tra l’87 e il 95 per cento. Meccanismi analoghi sono stati riscontrati per altri capi, come un giubbotto tecnico “typhoon” il cui prezzo di produzione si aggirava sui 74 euro a fronte di un prezzo finale di 569 euro. Numeri che, agli occhi della Procura, delineano una “politica di impresa” finalizzata a massimizzare il profitto attraverso il taglio sistematico dei costi di produzione, accettando come una variabile inevitabile lo sfruttamento della manodopera. Non è un caso, sottolineano gli inquirenti, che i rapporti d’affari con i due opifici cinesi, seppur con denominazioni sociali cambiate nel tempo, siano proseguiti per anni, generando un giro d’affari di milioni di euro, del tutto incuranti dei rilievi mossi dalla stessa Procura e dalla Prefettura.
Il ripetersi di uno schema e il nodo della responsabilità d’impresa
La misura del controllo giudiziario, che prevede la nomina di un amministratore giudiziario con il compito di affiancare i vertici aziendali per ripristinare condizioni di legalità, è stata applicata sia a Dama Spa che ad Alberto Aspesi Spa. Un provvedimento che mira a interrompere una situazione di illegalità ritenuta sistemica, evitando però di paralizzare attività imprenditoriali che danno lavoro a centinaia di dipendenti: Dama Spa, da sola, conta 309 dipendenti e un fatturato annuo di circa 107 milioni di euro. Oltre alle due società, risultano indagati come persone fisiche, per l’ipotesi di reato di caporalato, lo stesso Andrea Dini e Francesco Umile Chiappetta, presidente di Aspesi, insieme ad alcuni cittadini cinesi amministratori delle ditte fornitrici.
La vicenda riporta prepotentemente alla luce il tema, spinoso e complesso, della responsabilità dei grandi marchi lungo le loro filiere produttive. Un tema che, nonostante protocolli e codici etici, sembra trovare sempre nuovi e preoccupanti riscontri nella prassi investigativa. Nel caso specifico, la Procura contesta a Dama e Aspesi non solo di non aver vigilato, ma di aver di fatto creato e alimentato un “sistema radicato e collaudato” di esternalizzazione della produzione verso opifici dediti allo sfruttamento. Una prassi che, secondo l’accusa, sarebbe stata favorita da modelli organizzativi carenti e da un sistema di controlli interni “fallace”. Per gli inquirenti, i codici etici valgono a poco quando la logica del massimo profitto al minimo costo diventa la stella polare dell’organizzazione aziendale, e quando la ricerca del risparmio si scontra, volontariamente ignorandoli, con i diritti fondamentali delle persone che quelle giacche e quei piumini li cuciono materialmente.




