Caporalato, il cognato di Fontana indagato e il presidente della Regione parla di strumentalità
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Redazione Interno
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La procura di Milano, con i pubblici ministeri Paolo Storari e Daniela Bartolucci, ha disposto il controllo giudiziario in via d’urgenza per due società di abbigliamento, la Dama Spa, titolare del marchio Paul & Shark, e la Alberto Aspesi Spa, nell’ambito di un’indagine che ipotizza il reato di caporalato. Tra le persone finite nel registro degli indagati, come si apprende da fonti giudiziarie, figura il nome di Andrea Dini, che è l’amministratore delegato di Dama nonché, ed è questo un dettagio che inevitabilmente attira l’attenzione mediatica, il cognato del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. La misura, che dovrà ora essere vagliata dal giudice per le indagini preliminari entro il termine di dieci giorni, è scattata dopo accertamenti che avrebbero portato alla luce, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, un sistema di sfruttamento della manodopera, prevalentemente di origine cinese, impiegata nella realizzazione di capi destinati a marchi di alta moda. Le indagini, va detto, non si concentrano solo sui vertici delle aziende committenti ma anche, naturalmente, sui diretti gestori degli opifici dove le condizioni di lavoro sarebbero risultate gravemente irregolari.
La posizione del governatore e i precedenti giudiziari del manager
Alla notizia dell’inchiesta, che inevitabilmente incrocia il suo cognome con quello del congiunto, il governatore Fontana ha voluto rilasciare una dichiarazione ai cronisti presenti a margine di un incontro istituzionale a Palazzo Lombardia. La sua replica è netta nel separare il proprio ruolo pubblico dalla vicenda privata che coinvolge il parente. “Chiedete a mio cognato”, ha esordito, “perché sono certo che lui dimostrerà la propria innocenza, così come ha già fatto in precedenti episodi in cui era stato coinvolto”. Il riferimento, sebbene non esplicitato nel dettaglio, è a una vecchia inchiesta risalente al periodo dell’emergenza Covid, quando Dini finì sotto i riflettori per una fornitura di camici alla Regione, vicenda che poi si concluse con un’archiviazione. Fontana ha poi voluto sottolineare quella che ritiene essere una sovrapposizione forzata: “Mi chiedo quale sia la strumentalità di questa domanda e dell’abbinamento del mio nome con quello del dottor Dini”, ha aggiunto, tenendo a precisare con una certa fermezza che lui non riveste “alcuna parte” all’interno della società guidata dal cognato. Una presa di distanza chiara, insomma, che però non cancella il fatto che il cognome del presidente sia ora accostato a un’indagine delicata come quella sul caporalato.
La meccanica dell’indagine: opifici cinesi e catena di forniture
Il nucleo centrale dell’inchiesta della procura milanese, che si avvale anche di elementi raccolti dai carabinieri del Nucleo Tutela Lavoro, si concentra su un opificio di Garbagnate Milanese. Un luogo, questo, che sarebbe stato teatro di una vera e propria continuità aziendale nel segno dell’irregolarità: nel 2023 vi era stata un’ispezione che aveva coinvolto la M&G Confezioni srl, mentre nel 2025, a distanza di due anni, i militari vi avrebbero trovato la medesima situazione lavorativa, seppur con una nuova sigla, la G Max 365 srl. In pratica, secondo l’ipotesi accusatoria, si sarebbe tentato di aggirare i precedenti controlli cambiando la ragione sociale ma mantenendo inalterate le dinamiche di sfruttamento, con lavoratori privi di permesso di soggiorno, retribuzioni sotto i minimi contrattuali e turni di lavoro estenuanti che andavano dalle otto del mattino alle dieci di sera, sette giorni su sette. Le aziende committenti, Dama e Aspesi, secondo quanto sostengono i pm, non avrebbero potuto ignorare la reale natura di questi rapporti di fornitura, tanto più che gli stessi inquirenti parlano di una “grave incapacità di percepire l’evidenza” dello sfruttamento, se non addirittura di una consapevolezza suffragata da contatti quotidiani e visite periodiche dei loro incaricati presso il laboratorio.
Le contestazioni specifiche e i modelli organizzativi carenti
Oltre alla Dama Spa, come detto, nel mirino della procura è finita anche la Alberto Aspesi & C. Spa, un altro nome di rilievo nel panorama della moda. Per entrambe i magistrati hanno disposto il controllo giudiziario, uno strumento che prevede la nomina di un amministratore giudiziario il quale, senza sostituire i vertici aziendali, li affiancherà per guidare l’impresa fuori dalle situazioni di illegalità riscontrate. Un provvedimento che si è reso necessario, si legge negli atti, perché le ispezioni avrebbero evidenziato non solo le violazioni dirette negli opifici ma anche una “generalizzata carenza di modelli organizzativi” e un “sistema di controlli di internal audit fallace” all’interno delle stesse case di moda. Questo, sempre secondo la procura, avrebbe di fatto agevolato il protrarsi di un sistema produttivo basato sullo sfruttamento, dove i codici etici, pur presenti sulla carta, non avrebbero impedito il raggiungimento del massimo profitto attraverso il massimo risparmio sui costi della manodopera. La situazione, che emerge anche da un quaderno manoscritto ritrovato nell’opificio con i numeri di telefono dei referenti dei brand e le procedure da seguire, stride con i protocolli sulla legalità nella filiera della moda sottoscritti in Prefettura nel 2025, rendendo l’inchiesta particolarmente significativa per il settore.




