Fermato a Orio al Serio il manager turco indagato per caporalato al consolato Usa di Milano
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Redazione Interno
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Un manager turco è stato fermato all’aeroporto di Orio al Serio mentre tentava di lasciare l’Italia con la famiglia, dopo essere stato indagato nell’inchiesta sul caporalato legato alla costruzione del nuovo consolato Usa a Milano. Si tratta di Ulas Demir, 46 anni, uno dei responsabili italiani della società americana Caddell Construction Co., impegnata nel restauro e nella costruzione dell’edificio che ospiterà la nuova sede diplomatica. Secondo la Procura, gli operai impiegati sarebbero stati costretti a lavorare in condizioni assimilabili a una forma di para-schiavitù, con paghe di circa 2 euro l’ora.
Indagini e accusa di caporalato
L’inchiesta milanese ha preso avvio dalle segnalazioni sul trattamento dei lavoratori indiani impegnati nel cantiere del consolato Usa. Le accuse contro Demir e la Caddell Construction Co. riguardano la gestione di manodopera a bassissimo costo e la creazione di un contesto lavorativo coercitivo. Gli investigatori hanno rilevato come la struttura organizzativa della società permettesse di mantenere gli operai in condizioni di sfruttamento, con orari prolungati e retribuzioni inferiori agli standard minimi previsti dalla legge italiana.
Il fermo e le circostanze dell’arresto
Ulas Demir era in procinto di partire per Istanbul il 30 maggio, un giorno dopo l’avvio dell’indagine, quando è stato fermato dalle autorità aeroportuali. L’operazione ha evidenziato il pericolo di fuga del manager, ritenuto capace di sottrarsi alle indagini. Dopo il fermo, Demir è stato trasferito nel carcere di Bergamo, dove rimane a disposizione della magistratura per chiarire la sua posizione e quella della società americana coinvolta nella costruzione dell’edificio diplomatico.
La posizione della Caddell Construction e il contesto del cantiere
La Caddell Construction Co. sta curando il restauro e la realizzazione del nuovo consolato Usa a Milano, ma secondo gli inquirenti la gestione della manodopera ha presentato gravi criticità. Gli operai indiani coinvolti, impiegati a tariffe di poco superiori ai 2 euro l’ora, sarebbero stati sottoposti a condizioni simili a una forma di lavoro coatto. L’inchiesta evidenzia la responsabilità dei vertici aziendali nella supervisione del cantiere e nella gestione dei lavoratori, inquadrando il caso all’interno di una più ampia lotta al caporalato in Lombardia.




