Il controllo giudiziario per Dama e Aspesi e l’indagine per caporalato che coinvolge il cognato del governatore

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’inchiesta della Procura di Milano, condotta dai pubblici ministeri Paolo Storari e Daniela Bartolucci, ha portato all’emissione di un decreto di controllo giudiziario d’urgenza per due importanti realtà del settore dell’abbigliamento: la Dama spa, titolare del marchio Paul&Shark, e la Alberto Aspesi & C. spa. Al centro delle carte depositate dagli inquirenti emerge la figura di Andrea Dini, amministratore delegato di Dama e, circostanza che ha inevitabilmente attirato l'attenzione dei riflettori mediatici, cognato del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. L’ipotesi accusatoria, che vede Dini indagato assieme ad altre cinque persone, ruota attorno al presunto sfruttamento della manodopera, con particolare riferimento ad alcuni operai di nazionalità cinese impiegati nella produzione dei capi.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori e riportato negli atti giudiziari, le condizioni lavorative in un opificio situato a Garbagnate Milanese, facente capo a una società fornitrice, la G Max 365 srl, sarebbero risultate al di sotto di qualsiasi standard etico e normativo. I lavoratori, sprovvisti in alcuni casi del permesso di soggiorno, avrebbero effettuato turni massacranti, sette giorni su sette, dalle otto del mattino fino alle dieci di sera, percependo retribuzioni lontane da quanto previsto dai contratti collettivi nazionali. La Procura contesta, in sostanza, che i marchi committenti non potessero ignorare le modalità con cui veniva realizzata la merce, dato che i controlli interni, laddove previsti, si sono rivelati del tutto inadeguati o inesistenti.

L’impianto accusatorio e le carenze organizzative

Un passaggio chiave dell’impianto accusatorio, che ha portato i magistrati a richiedere un provvedimento così incisivo come il controllo giudiziario, risiede nella valutazione dei modelli organizzativi adottati dalle aziende finite nel mirino. Nel decreto si parla esplicitamente di un “sistema fallace” e di una “generalizzata carenza di modelli organizzativi” che avrebbero di fatto agevolato, se non addirittura permesso, il perpetuarsi delle condotte illecite. A rendere ancora più grave la situazione, agli occhi della Procura, sarebbe stata la mancanza di verifiche approfondite: nonostante i finanzieri passassero con una certa frequenza nei pressi della fabbrica di Garbagnate Milanese, e nonostante tre dipendenti delle società committenti fossero soliti recarsi in quei luoghi, nel corso del 2023 venne effettuato un solo audit. Una frequenza, questa, giudicata del tutto insufficiente per monitorare una filiera produttiva complessa e ad alto rischio, come quella della moda, e che secondo l’accusa dimostrerebbe una “generalizzata carenza” nella struttura dei controlli, tanto da configurare una responsabilità colposa per aver permesso lo sfruttamento dei lavoratori.

La posizione dell’amministratore delegato di Dama e il precedente giudiziario

Per Andrea Dini, 61 anni, non si tratta del primo confronto con la giustizia. L’imprenditore varesino, che siede anche in consigli di amministrazione di altre importanti realtà, era già finito al centro di un’inchiesta nel 2020, durante l’emergenza Covid, relativa a una fornitura di camici per la Regione Lombardia. In quell’occasione, l’accusa era di frode in pubbliche forniture, ma la vicenda si era conclusa con il proscioglimento di tutti gli imputati perché “il fatto non sussiste” tra il 2022 e il 2023. Oggi, invece, la contestazione è ben diversa e tocca un nervo scoperto del made in Italy, quello della legalità e della trasparenza nelle catene di produzione. La misura cautelare reale, che dovrà essere convalidata dal giudice per le indagini preliminari entro i prossimi dieci giorni, prevede la nomina di un amministratore giudiziario con il compito di vigilare e riportare la gestione dell’azienda entro i binari della legalità, senza tuttavia interrompere l’attività produttiva.

La replica del governatore Fontana e il nodo della consapevolezza

Interpellato dai cronisti a margine di un evento pubblico, il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha commentato la vicenda con parole che tracciano un netto confine tra la sua posizione istituzionale e quella del congiunto. “Chiedete a mio cognato che sicuramente dimostrerà la propria innocenza come ha dimostrato in precedenti episodi nel quale è stato coinvolto”, ha dichiarato Fontana, sottolineando quella che ritiene essere la “strumentalità della domanda e dell’abbinamento del mio nome con quello del dottor Dini”, precisando di non avere “alcuna parte” nell’azienda di cui il cognato è titolare. Resta ora da capire, nel prosieguo delle indagini, quale fosse l’effettivo livello di conoscenza ai vertici di Dama e Aspesi delle condizioni di lavoro nei laboratori dei fornitori terzi, un aspetto su cui la Procura ha incentrato gran parte del proprio lavoro, definendo i modelli di controllo interni alla base delle mancanze che hanno permesso il presunto sfruttamento.

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