Deliveroo nel mirino della procura di Milano, l'inchiesta sul caporalato digitale si allarga a sette grandi gruppi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’indagine della procura di Milano sulle piattaforme del food delivery, dopo aver già portato al controllo giudiziario per Foodinho-Glovo, si è estesa ora a Deliveroo Italy, per la quale i magistrati hanno disposto la medesima misura urgente, e parallelamente ha allargato il proprio raggio d’azione fino a lambire i giganti della grande distribuzione e della ristorazione. Il pubblico ministero Paolo Storari, lo stesso che da tempo conduce una battaglia contro lo sfruttamento lavorativo in diversi settori, ha messo nero su bianco l’ipotesi che, dietro il meccanismo di consegne gestito da un algoritmo, si celi un sistema di caporalato digitale che, di fatto, lascerebbe i rider – circa ventimila in Italia, dei quali almeno tremila solo a Milano – con compensi da fame e senza diritti, in una sorta di zona grigia tra la finzione del lavoro autonomo e la sostanza di una subordinazione mai dichiarata.

L’algoritmo, il controllo e la paga sotto la soglia di povertà

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, che hanno eseguito il provvedimento, i fattorini di Deliveroo, formalmente inquadrati come partite Iva, sarebbero in realtà eterodiretti in modo stringente dalla piattaforma informatica: è l’algoritmo a governare ogni aspetto della prestazione, dalla raccolta degli ordini alla geolocalizzazione costante, dalla valutazione della performance, basata su parametri come l’affidabilità e la tempestività, fino alla determinazione del compenso, che viene poi collegato a questi indicatori di gradimento. Chi rifiuta troppo spesso le consegne o si disconnette, di fatto, viene penalizzato e progressivamente escluso dal circuito, una dinamica che, per i magistrati, renderebbe palese la natura subordinata del rapporto. Un rapporto, questo, che produrrebbe retribuzioni annue lorde per molti inferiori ai 12.450 euro, la soglia oltre la quale, secondo gli indici Istat, si può parlare di esistenza dignitosa: il pm Storari, nel suo fascicolo, cita dati allarmanti, con un campione di lavoratori che evidenzia come la stragrande maggioranza percepisca cifre fino al novanta per cento più basse rispetto ai minimi previsti dal contratto collettivo nazionale della logistica, quello che andrebbe applicato. La società Deliveroo Italy, il cui amministratore unico Andrea Giuseppe Zocchi è finito nel registro degli indagati, dovrà ora essere affiancata da un amministratore giudiziario – il cui nome è stato individuato in Jean Paule Castagno – con il compito specifico di regolarizzare la posizione di tutti quei lavoratori e di ripulire l’assetto organizzativo da quelle che la procura definisce pratiche di sfruttamento, attuate, si legge negli atti, approfittando dello stato di bisogno dei rider.

La tenaglia della procura: non solo piattaforme, ma anche i colossi che le utilizzano

L’aspetto forse più innovativo dell’inchiesta, però, risiede nel secondo fronte aperto dagli inquirenti, che hanno inviato i carabinieri non solo negli uffici di Deliveroo ma anche nelle sedi milanesi di sette grandi aziende, tutte attualmente non indagate, le quali intrattengono rapporti contrattuali con la piattaforma per la consegna dei propri prodotti. Si tratta, nell’ordine, di McDonald’s, Burger King, KFC, Poke House, Carrefour, Esselunga e Crai: colossi del fast food e della grande distribuzione che, secondo l’ipotesi investigativa, potrebbero in qualche modo beneficiare, forse anche inconsapevolmente, del basso costo del lavoro garantito dal sistema di sfruttamento. A queste società non è stata contestata alcuna accusa, ma è stata notificata una richiesta di esibizione documentale piuttosto sa: gli investigatori vogliono mettere le mani sui modelli organizzativi, sui codici etici, sui verbali degli organismi di vigilanza e sui sistemi di audit interni, per capire se al loro interno esistano meccanismi idonei a prevenire il rischio di agevolare, anche solo colposamente, il reato di caporalato. In pratica, la procura intende verificare se queste grandi realtà, nel momento in cui si affidano a Deliveroo per le proprie consegne, abbiano effettivamente messo in atto tutte le procedure necessarie per accertarsi che chi pedala per loro non venga, a valle, sfruttato.

Un precedente noto e la strategia investigativa a tenaglia

La strategia del pm Storari non è nuova, e ricalca quanto già sperimentato con successo nelle inchieste sugli opifici della moda, dove grandi marchi del lusso si sono visti contestare proprio la mancata vigilanza sui propri fornitori. Stavolta, però, il meccanismo è reso ancora più opaco dalla natura digitale del rapporto: i rider non sono dipendenti dei ristoranti o dei supermercati, ma nemmeno, a detta della procura, autonomi imprenditori di sé stessi. La domanda che i magistrati pongono a McDonald’s, Esselunga e agli altri è, in fondo, molto diretta: i vostri modelli interni di controllo, quelli che dovrebbero scongiurare reati come questo, vi hanno mai portato a chiedervi se il prezzo vantaggioso del servizio di delivery non nascondesse, in realtà, un costo pagato in termini di diritti e dignità dei lavoratori? L’istruttoria, a questo punto, si preannuncia lunga e complessa, con il gip Roberto Crepaldi che nei prossimi giorni dovrà convalidare o meno il controllo giudiziario su Deliveroo, mentre i legali delle sette società coinvolte nella richiesta di documenti si trovano ora a dover fornire agli inquirenti una mole imponente di carte. La procura, nel frattempo, continua a raccogliere testimonianze: una quarantina di rider, finora, hanno già parlato, raccontando di turni massacranti e di una lotta quotidiana contro un algoritmo che, in nome dell’efficienza, rischia di spersonalizzare del tutto il rapporto di lavoro, riducendo la persona a un ingranaggio di un sistema che la considera solo in base alla sua produttività e alla sua fedeltà, misurata in click e consegne accettate.

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