Deliveroo commissariata, i carabinieri entrano nella sede per il caporalato sui rider
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Redazione Interno
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La procura di Milano, con un provvedimento firmato dal pubblico ministero Paolo Storari, ha esteso anche a Deliveroo Italy quel controllo giudiziario disposto in via d’urgenza che, di fatto, mette l’azienda nelle mani di un amministratore giudiziario. I carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro, lo stesso gruppo che aveva già messo nel mirino Glovo-Foodinho poche settimane fa, hanno notificato il decreto e avviato le verifiche nella sede della società, un colosso del food delivery che in Italia gestisce un giro d’affari da 240 milioni di euro e che, secondo le stesse accuse, avrebbe costruito il proprio modello organizzativo sullo sfruttamento sistematico di circa ventimila rider, dei quali almeno tremila solo nell’area milanese -1-3-7.
L’ipotesi di reato, per la quale risulta indagato l’amministratore unico Andrea Zocchi, è quella di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro aggravato, il cosiddetto caporalato digitale, un reato che la legge persegue quando si impiegano lavoratori approfittando del loro stato di bisogno. E lo stato di bisogno, per centinaia di quei fattorini formalmente inquadrati come partite Iva, emergerebbe con chiarezza dalle retribuzioni percepite: in alcuni casi, scrive la procura, i compensi risultano inferiori fino al novanta per cento rispetto a quanto previsto dai contratti collettivi nazionali della logistica e, dettaglio ancora più grave, sprofondano sotto la stessa soglia di povertà -1-5-9. Un’analisi condotta dagli inquirenti su un campione di cinquanta rider ha rivelato che il settantatré per cento di loro percepiva un reddito annuo lordo inferiore a 1.245 euro al mese, con uno scostamento medio, rispetto a quel parametro, che supera i settemila euro l’anno -1-7.
Non è solo una questione di cifre, per quanto drammatiche. Il cuore dell’inchiesta, che riprende e sviluppa accertamenti avviati fin dal 2021, riguarda il meccanismo di controllo esercitato dalla piattaforma. I rider, sebbene formalmente autonomi e titolari di una posizione fiscale propria, vengono di fatto gestiti, diretti e monitorati in ogni fase della prestazione attraverso l’algoritmo e il sistema informatico di Deliveroo. È la piattaforma, come ricostruito dai carabinieri, a raccogliere gli ordini, ad assegnarli, a determinare i tempi di consegna e a calcolare i parametri di remunerazione, esercitando un potere che va ben oltre la semplice intermediazione -1-3. Si arriva persino a monitorare la geolocalizzazione costante del lavoratore, la sua velocità, le traiettorie, e a condizionare le occasioni di lavoro future in base alle performance, con un sistema di penalizzazioni per chi rifiuta le consegne o non rispetta i tempi imposti -4-7.
Turni da undici a venti ore e la Costituzione violata
Le testimonianze raccolte dagli investigatori e messe agli atti dipingono un quadro di fatica estrema e di rinuncia. C’è chi ha raccontato di lavorare sette giorni su sette, collegandosi all’applicazione alle undici del mattino per staccare solo alle dieci di sera, e di dover poi svolgere un secondo impiego notturno per arrotondare quelle paghe che, come detto, oscillano tra i tre e i quattro euro a consegna -4-10. Un rider di origine nigeriana ha riferito di percorrere fino a centocinquanta chilometri al giorno, spinto dalla necessità di inviare seicento euro al mese alla famiglia rimasta in patria, un obiettivo che lo costringe a turni massacranti che arrivano a toccare le venti ore giornaliere e che, nelle sue stesse parole, lo stanno logorando “fisicamente e mentalmente” -4-10.
Per la procura, tutto questo configura una chiara violazione dell’articolo 36 della Costituzione, quello che sancisce il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto e, in ogni caso, sufficiente a garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Il pm Storari, nel suo provvedimento, ha ripreso un passaggio già utilizzato dal gip nel caso Glovo per sottolineare come la tutela della dignità dei lavoratori in condizioni di debolezza contrattuale non possa essere lasciata alla sola libera contrattazione di mercato -2. Il riferimento alla giurisprudenza, in particolare a una sentenza della Cassazione del 2021, serve a chiarire che per configurare lo sfruttamento non serve uno stato di necessità assoluto e inderogabile, ma è sufficiente una grave difficoltà, anche solo temporanea, che limiti la libertà di scelta e induca la persona ad accettare condizioni oggettivamente svantaggiose -4.
L’amministratore giudiziario e le verifiche sui grandi marchi
Il controllo giudiziario, che dovrà ora essere convalidato dal giudice per le indagini preliminari, ha portato alla nomina di un amministratore giudiziario nella persona di Massimiliano Poppi, con il compito specifico di vigilare sull’organizzazione aziendale e, soprattutto, di procedere alla regolarizzazione delle posizioni lavorative dei rider -4-7. L’obiettivo, come si legge nel decreto, è impedire che le violazioni possano ripetersi, imponendo all’azienda di adottare misure e assetti organizzativi idonei a garantire il rispetto delle norme, anche in deroga a quanto eventualmente proposto dalla stessa società, che risulta indagata anche ai sensi della normativa sulla responsabilità amministrativa degli enti -1-7.
Parallelamente, l’inchiesta si allarga a macchia d’olio. I carabinieri, sempre su delega della procura, hanno acquisito documentazione presso sette grandi aziende della ristorazione e della grande distribuzione che intrattengono rapporti contrattuali con Deliveroo e che si avvalgono degli stessi rider per le consegne dei loro prodotti. Tra queste figurano McDonald’s Italia, Burger King, Esselunga, Carrefour e KFC -4. Le verifiche, che per il momento non coinvolgono queste società come indagate, mirano ad accertare l’adeguatezza dei loro modelli organizzativi e dei sistemi di controllo interno rispetto al rischio di commissione del reato di caporalato lungo l’intera filiera delle consegne a domicilio -4-7. Un segnale chiaro che la magistratura non intende limitarsi a guardare alla piattaforma, ma vuole comprendere se e quanto a valle ci fosse consapevolezza di quel meccanismo di sfruttamento che, secondo l’accusa, veniva “perpetrato da anni” e che, per usare le parole della procura, rappresenta “una situazione di illegalità che è indispensabile far cessare al più presto” -6-10.




