Lo Spid diventa obbligatorio per i rider: il decreto lavoro contro il caporalato digitale

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il governo, con il decreto-legge n. 62/2026 approvato alla vigilia del primo maggio, ha messo a punto una vera e propria stretta normativa nei confronti del lavoro tramite piattaforme digitali, un intervento che mira a fare chiarezza in quello che finora è stato considerato il Far West della gig economy. Al centro del provvedimento, spesso definito come una sorta di “decreto lavoro bis”, ci sono due obiettivi principali che si intrecciano: da un lato si vuole restituire trasparenza a un sistema di regole spesso opaco, dominato da algoritmi che stabiliscono turni e compensi; dall’altro si punta a estirpare una pratica sempre più diffusa che gli investigatori hanno ormai ribattezzato “caporalato digitale”. La novità dirompente riguarda l’accesso alle applicazioni: per fare il rider, d’ora in poi, sarà obbligatorio identificarsi attraverso lo Spid, la Carta d’Identità Elettronica o la Carta Nazionale dei Servizi, un meccanismo pensato per rompere l’anonimato e rendere ogni profilo digitale perfettamente sovrapponibile a una persona fisica.

Account personali e il divieto di cessione

Il cuore della riforma risiede nell’articolo 15 del provvedimento, che interviene in modo chirurgico sul fenomeno degli account affittati o prestati, una piaga che ha trasformato la consegna del cibo a domicilio in una terra di nessuno dove lo sfruttamento prosperava indisturbato. La norma stabilisce che ogni account deve essere legato in modo indissolubile a un singolo codice fiscale, vietando categoricamente la cessione delle credenziali a terzi; chi viola questo divieto rischia una sanzione amministrativa che oscilla tra gli 800 e i 1.200 euro. Le stesse piattaforme, inoltre, non possono rilasciare più di un profilo per la stessa persona, pena multe che arrivano fino a 1.500 euro per ogni account in eccesso, una disposizione che mira a colpire quella zona grigia dove un lavoratore “titolare” affitta virtualmente la propria identità digitale a un altro, spesso più vulnerabile e privo di documenti.

Questo meccanismo di interposizione illecita, paragonabile per certi versi al caporalato tradizionale, sarà contrastato anche dall’obbligo di conservazione dei dati per un periodo piuttosto lungo. Il decreto impone alle aziende tech di registrare e archiviare per almeno cinque anni le informazioni relative agli accessi, ai tempi di lavoro, alle consegne effettivamente eseguite e a quelle rifiutate, fino ai compensi erogati. Un aspetto, quest’ultimo, che assumerà una rilevanza pratica notevole durante i controlli ispettivi, perché permetterà agli organi preposti – come l’Ispettorato Nazionale del Lavoro e l’Inail – di verificare in tempo reale la corrispondenza tra chi risulta collegato sul sistema e chi, fisicamente, sta pedalando per le strade cittadine con una borsa termica in spalla.

La trasparenza algoritmica e la presunzione di subordinazione

Oltre alla lotta al lavoro nero digitale, la manovra del legislatore si concentra con particolare attenzione su quella che viene definita “trasparenza algoritmica”, un concetto che mira a scardinare la segretezza dei sistemi automatici che oggi governano la vita di migliaia di fattorini. Non è un segreto per nessuno che l’assegnazione degli ordini, la determinazione della priorità nella visualizzazione e persino il calcolo finale delle trattenute dipendano da parametri opachi come il tasso di accettazione, le recensioni o la geolocalizzazione; parametri che, fino a qualche mese fa, restavano quasi sempre inaccessibili al diretto interessato. Il nuovo decreto ribalta questo approccio, imponendo alle piattaforme l’obbligo di spiegare ai lavoratori – con un linguaggio chiaro e intelligibile – i criteri principali utilizzati per gestire le prestazioni, e concede a chi subisce una decisione automatizzata negativa (come una sospensione o la retrocessione nelle code) il diritto di richiedere un riesame della pratica da parte di un essere umano.

Sul fronte strettamente giuridico, la norma compie un passo in avanti di notevole peso specifico, introducendo la presunzione di subordinazione ogni qual volta emergano elementi di controllo esercitati anche attraverso la gestione algoritmica. In passato, le aziende del food delivery hanno sempre fatto leva sulla presunta autonomia dei rider per inquadrarli come collaboratori a progetto o falsi autonomi, eludendo così la contribuzione previdenziale e le tutele classiche come ferie, malattia e indennità di fine rapporto. Ora, se l’algoritmo decide tempi, modi e priorità, spetta al datore di lavoro dimostrare che non esiste eterodirezione, e non il contrario; un’inversione dell’onere della prova che avrà conseguenze pesanti sui bilanci delle società che operano nel settore, le quali dovranno probabilmente rivedere l’intero schema organizzativo.

Formazione obbligatoria e nuovi obblighi retributivi

Il pacchetto di misure contenuto nel provvedimento, tuttavia, non si esaurisce nella sola regolamentazione degli accessi e degli algoritmi, ma investe anche il campo della formazione e della sicurezza sul lavoro con requisiti del tutto inediti per questa categoria. Il decreto prevede che ogni nuovo rider debba seguire un corso di formazione di base obbligatorio sulla piattaforma Siisl (il Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa) entro trenta giorni dalla prima prestazione effettiva. Le materie del corso e le modalità di erogazione verranno stabilite annualmente da un decreto del Ministero del Lavoro, sentite le parti sociali; l’obiettivo dichiarato è quello di garantire che chi inizia a lavorare tramite app conosca a fondo i propri diritti – dalla privacy alla sicurezza stradale – prima ancora di accettare la prima consegna.

Sul piano retributivo e fiscale, infine, si segnala l’introduzione di un prospetto paga mensile che le piattaforme saranno costrette a consegnare ai lavoratori a partire dal primo luglio 2026, un documento che dovrà specificare analiticamente il numero di consegne, i tempi impiegati e l’importo lordo erogato. Un’altra novità riguarda la tassazione agevolata delle mance, che beneficeranno di un’imposta sostitutiva del 5% ma solo per quei rider già inquadrati con contratto di lavoro subordinato, lasciando invece scoperti i lavoratori autonomi. Se da un lato queste disposizioni rappresentano un argine concreto contro lo sfruttamento, dall’altro lasciano ancora diversi nodi irrisolti in attesa del recepimento pieno della direttiva europea (UE) 2024/2831, il cui termine ultimo per l’adeguamento è fissato al prossimo dicembre.

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