Il monito di Landini: una magistratura indipendente non teme di denunciare chi sfrutta i rider, mentre a Messina quattro indagati per il caporalato digitale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si intrecciano, in queste ore, due facce della stessa medaglia: da un lato la riflessione politica e sindacale sul valore dell’autonomia della magistratura, dall’altro il terreno duro e concreto di un’inchiesta che a Messina ha portato alla luce un sistema di sfruttamento dei rider che nulla ha da invidiare, se non per i mezzi tecnici impiegati, a quelli delle grandi multinazionali del settore. Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, intervenendo a margine dell’iniziativa “Giustizia e Democrazia, le ragioni del No” organizzata alla Società Umanitaria di Milano, ha voluto legare indissolubilmente questi due piani, sottolineando come il fatto che i magistrati – quelli che lui definisce autonomi e indipendenti – possano intervenire senza timore anche contro i grandi gruppi economici, rappresenti un presidio democratico irrinunciabile. La battaglia dei rider, in quest’ottica, cessa di essere una vertenza di categoria per parlare direttamente a tutto il mondo del lavoro, perché mette in luce la necessità di una giustizia che non abbia paura di scontrarsi con il potere economico, sia esso esercitato da una piattaforma multinazionale o da una società locale.

Ed è proprio in questo contesto che si inserisce l’operazione condotta dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Messina, che ha portato alla notifica di un avviso di conclusione delle indagini preliminari – quello che tecnicamente si definisce ex articolo 415 bis del codice penale – nei confronti dell’amministratore unico e di tre collaboratori di una società messinese operante nel settore del food delivery. Agli indagati, che devono ora rispondere dell’accusa di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato, aggravato dal numero dei lavoratori coinvolti, si contesta un sistema che, per massimizzare i profitti, avrebbe ridotto i fattorini a una condizione di sostanziale sudditanza. L’indagine, coordinata dalla Procura e condotta dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Messina con il supporto del Gruppo per la Tutela del Lavoro di Palermo, ha delineato i contorni di uno sfruttamento che, a differenza di quello emerso inchieste simili condotte nel Nord Italia – dove a essere sfruttati sono spesso cittadini extracomunitari tramite algoritmi sofisticati – ha qui vittime italiane: in gran parte studenti universitari e giovani disoccupati della città.

Un sistema di controllo via chat e paghe da tre euro: la meccanica dello sfruttamento messinese

Il meccanismo, nella sua crudezza, appariva rodato e spietato. I rider, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, venivano reclutati e gestiti attraverso un sistema integrato che affiancava a una piattaforma informatica proprietaria l’uso costante e pervasivo di chat WhatsApp per la direzione immediata del lavoro. Le paghe, un cottimo che oscillava tra i 2,40 e i 2,99 euro a consegna, risultavano in alcuni casi inferiori anche alla metà di quanto stabilito dal Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro del settore trasporti e logistica, una condizione che costringeva i fattorini – i quali peraltro erano obbligati a utilizzare i propri mezzi – ad accettare ritmi estenuanti e a esporsi a rischi stradali elevati pur di raggiungere una pur minima soglia di reddito. Ma non era solo la questione economica a delineare il profilo del caporalato digitale. A colpire gli investigatori è stato anche il sistema di controllo e di annullamento della volontà del lavoratore: per massimizzare i profitti ed eliminare i cosiddetti “tempi morti” tra una consegna e l’altra, ai rider veniva imposto l’obbligo di inviare la parola “libero” tramite applicazione e di aggiornare questo stato ogni minuto, segnalando così la propria costante disponibilità. I responsabili aziendali, dal canto loro, monitoravano i tempi di esecuzione e, in caso di ritardi, interpellavano telefonicamente i fattorini, i quali non avevano la libertà di rifiutare una consegna se non adducendo una motivazione ritenuta valida; in caso contrario, scattavano ammonimenti o, di fatto, la perdita del diritto a ricevere ordini successivi.

Le violazioni sulla sicurezza e il tentativo di cancellare le tracce

L’inchiesta della Procura di Messina non si è limitata a fotografare il meccanismo retributivo e di controllo, ma ha messo in luce anche gravi violazioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Agli indagati viene contestata l’assenza di formazione specifica sui rischi connessi alla mansione e la mancata sottoposizione dei rider alle visite mediche obbligatorie e alla sorveglianza sanitaria. Un aspetto, questo, che emerge con drammatica evidenza in un episodio specifico: una rider, rimasta coinvolta in un incidente durante il turno di lavoro, sarebbe stata indotta alle dimissioni per evitare alla società i conseguenti controlli da parte dell’Inail. Un ulteriore tassello del sistema di sfruttamento riguarda poi la gestione previdenziale: la società avrebbe vigilato affinché i compensi dei circa trecento rider coinvolti non superassero la soglia dei cinquemila euro annui, il limite che consente di qualificare il rapporto come prestazione occasionale e di evitare così il versamento dei contributi previdenziali e assistenziali. Un meccanismo che ha permesso all’azienda di eludere oneri per un importo complessivo che sfiora i settecentomila euro, precisamente 696.191,60 euro, una cifra per la quale sono già state avviate le procedure di recupero. Non solo: dopo aver appreso dell’esistenza delle indagini, gli indagati avrebbero tentato di alterare o cancellare le prove, chiedendo la rimozione dei dati relativi agli ordini degli anni precedenti e modificando le credenziali di accesso al sistema informatico, nel tentativo di mascherare il reale giro d’affari e i pagamenti in contanti non dichiarati. Per le violazioni in materia di salute e sicurezza, i carabinieri hanno già irrogato sanzioni per 66.940,29 euro. La società, attualmente in fase di liquidazione, è stata formalmente diffidata a regolarizzare la posizione dei lavoratori e a dotarsi di assetti organizzativi conformi alla normativa.

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