Il controllo giudiziario su Deliveroo e l’ombra del caporalato digitale sui rider di Asti
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Redazione Interno
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L’esercito silenzioso dei rider, quei duemila ciclofattorini che a Torino e nel suo hinterland – ma il dato è emblematico di una realtà che si replica in ogni angolo della penisola – pedalano fino a stracciarsi i polmoni pur di consegnare un pasto, spesso incassano compensi che oscillano tra i novecento e i milleduecento euro al mese. Una cifra, quest’ultima, raggiungibile solo a patto di lavorare senza sosta, sotto la pioggia e con qualsiasi temperatura, trasformando la bicicletta in una protesi del proprio Corpo e l’algoritmo in un padrone invisibile ma implacabile. La testimonianza raccolta ad Asti, dove circa duecento giovani e meno giovani lavorano per Deliveroo, restituisce la cruda dimensione di un fenomeno ormai sotto la lente della magistratura: se ci si infortuna, se si è malati, semplicemente non si viene pagati. Ecco che il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione, diventa un optional in un modello di business che, di fatto, scarica ogni rischio sul lavoratore, riducendo la prestazione a un cottimo selvaggio.
A gettare benzina sul fuoco di un dibattito già incandescente, che vede contrapposti modelli contrattuali opposti e inconciliabili, è arrivata nei giorni scorsi la decisione della Procura di Milano di sottoporre a controllo giudiziario Deliveroo Italy, dopo analogo provvedimento preso nei confronti di Glovo. I magistrati, guidati dal pubblico ministero Paolo Storari, ipotizzano che migliaia di fattorini – si parla di circa tremila solo nel capoluogo lombardo e ventimila in tutta Italia – siano stati sfruttati, approfittando del loro stato di bisogno. Un’accusa pesantissima, che richiama l’articolo 603-bis del codice penale, quello che punisce il caporalato, e che contesta una retribuzione persino inferiore del novanta per cento rispetto ai parametri di povertà e a quanto previsto dai contratti collettivi. Il riferimento normativo, nelle carte dell’inchiesta, è l’articolo 36 della Costituzione, che garantisce una paga proporzionata e sufficiente a un’esistenza dignitosa, un principio che la tecnologia, in questo frangente, sembra aver spazzato via in nome dell’efficienza e del profitto.
La resa dei conti tra sindacati e l’ombra dei contratti pirata
Mentre la procura stringe il cerchio, il fronte sindacale si lacera in polemiche che arrivano fino al ministero del Lavoro, dove si è discusso di intelligenza artificiale e delle sue ricadute sull’occupazione. Lo scontro verbale tra Pierpaolo Bombardieri, segretario della Uil, e Paolo Capone, leader dell’Ugl, è stato particolarmente aspro: il primo ha rinfacciato al secondo di aver firmato i cosiddetti “contratti pirata”, quelli cioè che, come l’accordo Assodelivery, di fatto legittimano paghe da fame e l’assenza di tutele, mentre il secondo si diceva paradossalmente contrario a questi stessi accordi. Una dialettica che fotografa la profonda spaccatura culturale e politica su come affrontare la questione: da un lato chi spinge per la subordinazione piena, come nel modello Just Eat che assume i propri rider con il contratto della logistica garantendo ferie, malattia e un minimo orario di dieci ore settimanali a nove euro l’ora -2; dall’altro chi, invece, difende la flessibilità estrema del lavoro autonomo, anche a costo di lasciare migliaia di persone in un limbo di diritti negati.
Il modello trevigiano di Foodracers tra concorrenza e speranze di cambiamento
In questo clima di incertezza normativa e di interventi giudiziari senza precedenti, che hanno messo nel mirino i colossi multinazionali del food delivery, alcune realtà più piccole e radicate nel territorio iniziano a vedere uno spiraglio. È il caso di aziende trevigiane come Foodracers, che si presentano sul mercato con un’idea diversa del rapporto con i fattorini: cinque euro a consegna, niente geolocalizzazione ossessiva e un rapporto più umano, meno subordinato ai dettami dell’algoritmo, cercando così di distinguersi dalle grandi piattaforme. Questi operatori, che finora hanno dovuto combattere ad armi impari con la potenza di fuoco di Deliveroo e Glovo, guardano con attenzione agli sviluppi delle inchieste milanesi, sperando che un riequilibrio delle regole possa finalmente premiare chi la dignità del lavoratore non l’ha mai messa in discussione, trasformando la concorrenza da una guerra al ribasso sui compensi a una competizione basata sulla qualità del servizio e sul rispetto delle persone.




