Decreto Primo maggio, il governo prova a blindare i rider e il “salario giusto” contro i contratti pirata e il caporalato digitale
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Redazione Interno
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Il Consiglio dei ministri ha varato il decreto legge “Primo maggio”, un provvedimento, quest’ultimo, che mette mano a diversi aspetti cruciali del mercato del lavoro italiano, forti di una dotazione finanziaria che sfiora il miliardo di euro. L’esecutivo, scegliendo una linea che non istituisce un salario minimo legale, ha invece deciso di puntare sul concetto di “salario giusto”, parametrandolo al trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali “comparativamente più rappresentative” sul piano nazionale. Di fatto, si tratta di un chiaro riferimento a sigle come Cgil, Cisl e Uil per i lavoratori, e a Confindustria o Confcommercio per la controparte imprenditoriale, un tentativo, questo, di arginare il fenomeno dei cosiddetti “contratti pirata” che impongono retribuzioni ribassate.
Presunzione di subordinazione e tutele per i rider contro il caporalato digitale
Il decreto introduce norme specifiche per contrastare lo sfruttamento nel settore delle piattaforme digitali, con misure che colpiscono il fenomeno noto come “caporalato digitale”. Per quanto riguarda i rider, la novità principale riguarda l’accesso agli applicativi: questo sarà consentito esclusivamente attraverso sistemi di identificazione sicura come Spid, Carta d’Identità Elettronica o autenticazione a più fattori, con il divieto assoluto di cedere l’account a terzi, pena sanzioni amministrative che possono arrivare fino a 1.200 euro. Ma la vera svolta – se così possiamo definirla – è di carattere sostanziale: laddove emergano elementi di controllo o eterodirezione da parte della piattaforma (anche attraverso algoritmi che regolano le assegnazioni e i compensi), il rapporto di lavoro viene presunto subordinato, una presunzione che lascia ovviamente spazio alla prova contraria da parte dell’azienda. Inoltre, le piattaforme sono ora obbligate a garantire piena trasparenza sul funzionamento dei loro algoritmi, dovendo fornire ai lavoratori informazioni chiare sulle decisioni automatizzate che influenzano la loro prestazione.
Retromarcia sugli automatismi: addio alla retroattività dei rinnovi contrattuali
Uno dei colpi di scena, emerso all’ultimo minuto durante la stesura del testo, è stato l’abbandono della norma che avrebbe istituito la retroattività degli aumenti legati ai rinnovi contrattuali scaduti. Una decisione, questa, che ha di fatto evitato una corsa contro il tempo per le associazioni datoriali. Rimane comunque in piedi il meccanismo che, decorsi dodici mesi dalla scadenza del contratto nazionale, attiva un adeguamento automatico della busta paga: una sorta di indennità di vacanza contrattuale che corrisponde al 30% dell’inflazione prevista. Per i settori ad alta stagionalità, tuttavia, la misura non è automatica, perché l’adeguamento dovrà essere definito direttamente dalle parti sociali nel merito delle loro trattative.
Bonus assunzioni condizionati: niente incentivi senza il contratto giusto
Sul fronte degli incentivi all’occupazione, il decreto ha prorogato i bonus per l’assunzione di giovani, donne e lavoratori residenti nell’area Zes (Zona Economica Speciale per il Mezzogiorno). C’è però una condizione secca che li vincola: nessuna agevolazione sarà concessa alle aziende che non applicano il “salario giusto”. In altre parole, se un datore di lavoro utilizza un contratto collettivo nazionale che non è tra quelli stipulati dalle sigle più rappresentative (i famigerati contratti pirata, appunto), perde il diritto a qualsiasi sgravio contributivo. Questa norma, che agisce come un pungolo indiretto, mira a disincentivare il dumping contrattuale, legando l’accesso alle risorse pubbliche al rispetto dei minimi salariali definiti dalla contrattazione “sana”.




