?Il decreto lavoro in Gazzetta: sgravi blindati al “salario giusto” e la resa dei conti sui rider?

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’attesa per il provvedimento atteso oggi in Consiglio dei ministri – quello che molti avevano ribattezzato il “decreto Primo Maggio” – ruota attorno a un meccanismo di condizionalità piuttosto netto: gli sgravi contributivi per le nuove assunzioni, sebbene potenziati, non saranno un regalo a pioggia. Per beneficiarne, le imprese dovranno dimostrare di applicare quel “salario giusto” che il governo prova finalmente a mettere nero su bianco. Si tratta, in sostanza, di un trattamento economico complessivo (il famoso Tec) non inferiore a quanto stabilito dai contratti collettivi nazionali firmati dalle sigle comparativamente più rappresentative, ovvero quelle sedute al tavolo con Cgil, Cisl, Uil e Confindustria.

Bonus 2.0, donne e giovani sotto il sole (ma con l’ombrello contrattuale)

L’architettura degli incentivi, che alcuni analisti definiscono ormai “bonus 2.0”, viene riscritta per l’intero arco del 2026. Per le donne – specialmente quelle prive di impiego da almeno ventiquattro mesi o appartenenti a categorie svantaggiate – l’esonero totale dei contributi previdenziali arriva a sfiorare i 650 euro mensili; cifra che schizza a 800 euro se la lavoratrice risiede nelle aree della Zes unica per il Mezzogiorno. Parallelamente, per i giovani under 35 la decontribuzione piena (fino a 500 euro al mese, con una maggiorazione di 150 euro nelle regioni del Sud e delle aree speciali come Abruzzo, Molise e Sardegna) viene estesa fino al 31 dicembre, abbandonando la scadenza ravvicinata del 30 aprile che avrebbe rischiato di vanificare gli sforzi.

Tuttavia, c’è una clausola che cambia le carte in tavola: questi sgravi – che spaziano dai contratti a tempo indeterminato per i disoccupati di lungo corso fino agli inserimenti nelle piccole imprese della Zes con meno di dieci dipendenti – decadono se l’azienda non rispetta il parametro retributivo ancorato ai contratti leader. Non basta più assumere un giovane o una donna; bisogna farlo pagandoli secondo le tabelle dei contratti che fanno testo, quelli che reggono l’impalcatura reale del mercato del lavoro italiano. È una mossa, questa del governo Meloni, che aggira lo scontro diretto sul salario minimo legale (quello dei 9 euro l’ora proposto dalle minoranze) preferendo la leva premiante: chi non si adegua, resta fuori dal giro degli aiuti di Stato.

La stretta sui contratti “pirata” e l’inflazione in tasca ai lavoratori

Uno dei fronti più caldi del provvedimento riguarda la lotta ai cosiddetti contratti “pirata” e il buco nero dei rinnovi. La bozza in esame al Cdm contiene una misura destinata a far discutere gli uffici del personale: se un contratto collettivo scade e il rinnovo tarda a venire, gli aumenti retributivi pattuiti in sede di rinnovo decorreranno retroattivamente dalla data di scadenza naturale del vecchio contratto. E non finisce qui. Se l’empasse si protrae per oltre dodici mesi, scatta una sorta di “indennità di vacanza contrattuale”: al lavoratore spetterà un acconto forfettario legato all’inflazione, parametrato all’indice Ipca (al netto dei prezzi energetici importati).

Sebbene nelle prime bozze si parlasse di un ristoro pari alla metà dell’inflazione, le ultime verifiche tecniche sembrerebbero orientare l’asticella verso una soglia più prudente, fra il 30 e il 50%. L’obiettivo, dichiarato a mezza voce da Palazzo Chigi, è duplice: punire il ritardo nella contrattazione e restituire potere d’acquisto a chi si vede sfilare mesi o anni di aumenti. Una sorta di assicurazione contro l’erosione salariale, insomma, che entra nel dettaglio macchinoso della burocrazia negoziale.

L’assalto al caporalato digitale: rider con Spid e account unico

Non poteva mancare un intervento pesante sulla galassia grigia delle piattaforme, con un occhio di riguardo per i ciclofattorini, i rider delle consegne a domicilio. Dopo le inchieste che hanno raccontato di paghe orarie da fame e sistemi di account prestati o venduti sotto banco, il decreto introduce misure che sembrano fatte apposta per alzare il muro contro il nuovo caporalato digitale. L’accesso alle piattaforme di lavoro – si legge nelle bozze – sarà consentito solo attraverso identità digitali forti come Spid, Carta d’identità elettronica (Cie) o sistemi di autenticazione a più fattori.

Inoltre, viene sancito il divieto assoluto per la piattaforma di rilasciare più di un account per ogni singolo codice fiscale, impedendo di fatto la pratica, diffusa e pericolosa, di subaffidare le credenziali a terzi o di commissionare allo stesso lavoratore prestazioni temporalmente inconciliabili. Le sanzioni per i trasgressori, ancora in fase di quantificazione definitiva, promettono di essere elevate. E se emergeranno “indici di controllo o di eterodirezione” esercitati tramite algoritmi – il cuore del dibattito sulla subordinazione dei rider – scatterà il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato a tutti gli effetti.

Infine, il provvedimento fa un cenno anche al capitolo casa e previdenza: sì al “Piano Casa” (con l’obiettivo dichiarato di sfornare centomila alloggi per le categorie deboli) e allargamento della platea delle aziende obbligate a destinare il Tfr ai fondi pensionistici complementari. Misure, queste ultime, che affiancano il cuore pulsante del decreto lavoro in un contesto in cui il governo deve fare i conti con risorse scarse e la necessità di non deludere le aspettative di crescita, tenendo conto delle tensioni internazionali che già affiorano nelle relazioni tecniche. Resta da vedere come reagiranno le parti sociali, ma al momento l’impalcatura regge: incentivi sì, ma solo a chi gioca a carte scoperte.

Meta Description: Le norme del decreto Primo Maggio 2026: incentivi per donne e giovani solo con il “salario giusto”, stretta sui rider e rinnovi contrattuali retroattivi.

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