Decreto primo maggio, la svolta sul “salario giusto” e la stretta sugli algoritmi per i rider
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Redazione Interno
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Il Consiglio dei ministri, come da tradizione alla vigilia della Festa dei lavoratori, ha varato il provvedimento che porta la data del primo maggio, introducendo una serie di interventi organici in materia di tutele occupazionali e contrasto al lavoro sommerso. Tra le novità più rilevanti, spicca la definizione normativa del concetto di “salario giusto”, che lega a doppio filo gli incentivi economici alle imprese che applicano i contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. Il meccanismo, di fatto, esclude dai benefici fiscali quelle aziende che fanno riferimento ai cosiddetti “contratti pirata” o siglati da sigle minori, premiando invece la contrattazione tradizionale gestita da Cgil, Cisl, Uil e dalle controparti datoriali come Confindustria.
L’addio alla retroattività e il meccanismo anti-inflazione
La manovra riformula anche le regole dei rinnovi contrattuali, abbandonando l’ipotesi – caldeggiata in fase di bozza – di una retroattività automatica degli aumenti per i contratti scaduti da più di dodici mesi. Il decreto fissa invece un parametro più morbido, ma comunque cogente: decorsi i termini, scatterà un adeguamento in busta paga pari al 30% dell’inflazione prevista, una soglia che scende al di sotto delle attese iniziali del 50% circolate nei giorni scorsi. Nelle aree ad alta stagionalità, spetterà alle stesse parti sociali stabilire le modalità di questo adeguamento, spostando sul tavolo della trattativa diretta il peso della congiuntura economica. Una scelta, questa, che il governo definisce di responsabilità, volta a evitare distorsioni in quei settori dove la discontinuità lavorativa è strutturale.
La presunzione di subordinazione per chi lavora tramite app
Un capitolo a parte riguarda il lavoro tramite piattaforme digitali, che subisce una riscrittura sostanziale delle regole del gioco. La norma introduce una presunzione di subordinazione qualora, dall’analisi della prestazione emerga un controllo stringente esercitato attraverso algoritmi: se la piattaforma determina i compensi, valuta le performance o limita l’accesso al lavoro via sistema automatizzato, il rapporto viene considerato dipendente, lasciando al datore di lavoro la possibilità di fornire prova contraria. È una svolta che anticipa i tempi della direttiva europea in materia, recependone lo spirito per cancellare quella zona grigia in cui i ciclofattorini operavano formalmente come autonomi, ma nei fatti subivano una rigida eterodirezione digitale.
Sicurezza e trasparenza: addio al “caporalato digitale”
Per rendere effettiva questa tutela, le piattaforme sono chiamate a garantire la piena trasparenza degli algoritmi, non potendo più celarsi dietro la scatola nera dei codici informatici. I lavoratori avranno diritto a ricevere una spiegazione chiara in caso di decisione automatizzata che incida sulle loro condizioni (per esempio una sospensione o una penalizzazione) e potranno chiedere il riesame del caso attraverso un intervento umano diretto. Sul fronte della sicurezza del lavoro e della tracciabilità, l’accesso alle app sarà consentito esclusivamente tramite sistemi di identificazione sicura come SPID o Carta d’Identità Elettronica, pena sanzioni che possono raggiungere i 1.200 euro per la cessione degli account. Un pugno duro contro il fenomeno del “caporalato digitale”, dove account fittizi o prestanome venivano utilizzati per occultare rapporti di lavoro irregolari e sfruttamento.




