Il decreto 1° maggio cambia le tutele per i rider: estesa la quattordicesima, stretta sugli algoritmi
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Redazione Economia
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Il governo, memore forse delle promesse mai del tutto assolte dalle precedenti amministrazioni, ha deciso di mettere mano al complesso universo del lavoro tramite piattaforme digitali con un provvedimento – il decreto 1° maggio 2026 – che modifica in profondità lo status giuridico di chi consegna cibo o merci attraverso app. Il cuore pulsante della riforma, che alcuni osservatori hanno già definito epocale pur tra molte cautele, risiede nell’articolo 12. È lì, tra commi e subordinate intricate, che si introduce una presunzione di subordinazione: se un algoritmo, o più in generale un sistema automatizzato, esercita un controllo effettivo sui tempi, sui percorsi o sulle modalità di esecuzione della prestazione, allora il lavoratore non potrà più essere considerato automaticamente un autonomo. Una distinzione, questa, che pesa come un macigno sulle buste paga e sul riconoscimento di istituti contrattuali come la tredicesima e, soprattutto, la quattordicesima mensilità.
L’ombra del caporalato digitale
C’è un altro fronte, altrettanto delicato, che il decreto lavoro 2026 (il numero 62, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 aprile) intende affrontare con decisione: il cosiddetto caporalato digitale. Non più solo lo sfruttamento tradizionale nei campi, dunque, ma quello che si annida dietro la cessione o la vendita degli account delle piattaforme. Il provvedimento, inserendo un intero capo dedicato a questa piaga, vieta esplicitamente il “subaffitto” delle credenziali: per lavorare occorrerà ora un’identificazione certa, passando attraverso la Spid. Una stretta, quest’ultima, che mira a restituire tracciabilità a un settore dove troppo spesso il rider che prendeva il turno non era quello accreditato, con inevitabili ricadute in termini di sicurezza e diritti.
Algoritmi trasparenti e niente più turni “invisibili”
La novità forse più rilevante, almeno sul piano culturale, riguarda l’obbligo di trasparenza algoritmica. Le piattaforme non potranno più affidarsi a sistemi decisionali – pensiamo all’assegnazione delle consegne, alla determinazione dei compensi o alla definizione delle priorità – senza fornire una spiegazione intelligibile al lavoratore. Se il meteo o la distanza non bastano più a giustificare un compenso ridotto, d’ora in avanti il rider potrà chiedere conto della logica sottostante a quell’algoritmo che gli ha preferito un collega. Il decreto, insomma, prova a forzare la mano su quella zona grigia dove il controllo digitale ha finito per sostituire la classica gerarchia aziendale, senza però riconoscerne le conseguenze in termini di subordinazione.
Effetti sul salario e sulle mensilità aggiuntive
La ricaduta più concreta, quella che tocca direttamente il portafogli di decine di migliaia di lavoratori della gig economy, si misura sull’accesso alla quattordicesima mensilità. Quando il rapporto viene riqualificato come subordinato – per effetto di quella presunzione scattata grazie al controllo algoritmico – scattano automaticamente i minimi retributivi previsti dai contratti collettivi del settore di riferimento. Ed è lì che trovano spazio, oltre alla tredicesima, anche quella quattordicesima che per molti autonomi era fino a ieri solo un miraggio. Attenzione, però: non tutti i rider finiranno in questa nuova gabbia protettiva. Il decreto lascia margini di manovra per dimostrare la reale autonomia organizzativa, ma l’onere della prova – ed è un passaggio decisivo – tende a invertirsi a favore del lavoratore.




