La protesta dei rider tra inchieste della procura e iniziative locali per garantire tutele minime

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La questione delle condizioni di lavoro dei rider, quei ciclofattorini che ogni giorno percorrono le strade delle città italiane per effettuare consegne di cibo a domicilio, è tornata prepotentemente alla ribalta della cronaca, alimentata da una serie di iniziative giudiziarie e sindacali che stanno scardinando il racconto, a lungo predominante, di una forma di lavoro flessibile e autonomo. A Milano, la procura, con il pm Paolo Storari, ha aperto un fronte investigativo di notevole portata, disponendo misure di controllo giudiziario nei confronti di colossi del settore come Glovo e Deliveroo; un provvedimento, quest’ultimo, che contesta in modo esplicito il ricorso a manodopera in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori, molti dei quali immigrati con contratti definiti formalmente autonomi ma sostanzialmente riconducibili a un rapporto di lavoro subordinato. Secondo quanto emerso dalle indagini, i compensi riconosciuti ai fattorini sarebbero in alcuni casi persino inferiori del novanta per cento rispetto a quanto previsto dai contratti collettivi nazionali, una retribuzione che non garantisce un’esistenza libera e dignitosa e che ha portato la magistratura a ipotizzare il reato di caporalato, sebbene manchi la figura fisica dell’intermediario.

Parallelamente all’azione della magistratura, che ha imposto alle aziende di rivedere i propri algoritmi di calcolo delle paghe e di adeguare i compensi a parametri costituzionalmente garantiti, il mondo sindacale sta moltiplicando gli sforzi su più livelli. L’Usb, in particolare, ha promosso mobilitazioni in diverse piazze italiane, da Milano a Rimini, con striscioni che recitano “real job, real contract” per rivendicare l’applicazione integrale del contratto nazionale della logistica, che comporterebbe l’assunzione diretta da parte delle piattaforme e la fine del cottimo, garantendo ferie, malattia e una paga oraria dignitosa. La Cgil, dal canto suo, ha avviato una causa pilota contro Burger King, puntando il dito non solo contro le piattaforme di delivery ma anche contro le catene di fast food che di quei servizi si avvalgono; l’accusa, in questo caso, è di non aver vigilato sul rispetto dei codici etici che le stesse aziende committenti dichiarano di adottare, finendo così per avallare indirettamente pratiche di sfruttamento e per diffondere, agli occhi dei consumatori, una forma di pubblicità ingannevole.

A fianco di queste vertenze nazionali e delle inchieste giudiziarie, che hanno portato alla luce un sistema in cui circa quarantamila lavoratori in Italia sarebbero sottopagati e privi di tutele, emergono anche iniziative di carattere più locale, mirate a offrire un sollievo immediato a chi vive sulla propria pelle l’emergenza quotidiana. In questo contesto si inserisce l’esperienza raccontata da Gian Carlo Muzzarelli, ex sindaco e attuale consigliere regionale del Partito Democratico, il quale ha rivendicato quanto fatto a livello comunale attraverso la sottoscrizione di un Protocollo Rider con i sindacati. Un’iniziativa, quella, che ha portato all’apertura di due ‘Case dei Rider’, spazi pensati per offrire un riparo dal freddo durante l’attesa delle chiamate, e alla creazione di convenzioni con ciclofficine per garantire ai fattorini manutenzioni pressoché gratuite dei loro mezzi di lavoro, un tentativo concreto di lenire alcune delle difficoltà più immediate che caratterizzano la vita di chi è costretto a lavorare perennemente sotto pressione.

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