“Lavorare per vivere, non per sopravvivere”, la protesta dei rider in tutta Italia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Migliaia di ciclofattorini sono scesi in piazza in oltre trenta città italiane, aderendo alla giornata di mobilitazione nazionale indetta dalla Nidil Cgil, per rivendicare condizioni di lavoro dignitose e salari che consentano effettivamente di vivere e non soltanto di sopravvivere. La protesta, che ha visto una partecipazione particolarmente nutrita nella capitale dove in piazza Re di Roma decine di rider di Glovo e Deliveroo hanno esposto cartelli e trasformato i pannelli termici usati per le consegne in strumenti di protesta, arriva all'indomani di importanti sviluppi giudiziari che hanno riacceso i riflettori sul fenomeno dello sfruttamento nel settore del food delivery. I manifestanti, tra i quali molti giovani e studenti, chiedono a gran voce il riconoscimento della natura subordinata del loro lavoro, attualmente mascherato da prestazioni autonome, e l'applicazione del contratto nazionale della logistica che garantirebbe tutele fondamentali come ferie, malattia, tredicesima e un trattamento economico equo.

L’inchiesta della procura di Messina e il “caporalato digitale”

Un tassello cruciale nel mosaico delle indagini sullo sfruttamento dei rider è rappresentato dall’inchiesta condotta dalla Procura di Messina, diretta da Antonio D’Amato, che ha portato alla notifica di un avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di Gianluca Penna, Giuseppe Intelisano, Giuseppe Lanfranchi e Silvio La Rosa, oltre che della società My Lillo srl, operante nel settore del food delivery. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Messina, coordinati dal gruppo per la tutela del lavoro di Palermo, gli indagati avrebbero impiegato quarantanove lavoratori in condizioni di sfruttamento, corrispondendo retribuzioni che in alcuni casi risultavano inferiori alla metà dei minimi stabiliti dal contratto collettivo nazionale: i rider, per lo più studenti universitari e giovani disoccupati messinesi, venivano pagati tra i 2,40 e i 2,99 euro a consegna, una miseria se rapportata ai rischi stradali che erano costretti ad affrontare utilizzando mezzi propri.

L’aspetto più inquietante emerso dall’indagine, e che ha portato gli inquirenti a parlare di una vera e propria forma di “caporalato digitale”, riguarda i metodi di controllo e coordinamento dei lavoratori, i quali venivano gestiti attraverso un sistema ibrido che integrava una piattaforma informatica di base con l’utilizzo di chat WhatsApp per la direzione immediata e pressante delle prestazioni. Per massimizzare i profitti ed eliminare i cosiddetti tempi morti tra una consegna e l’altra, ai rider veniva imposto l’obbligo di inviare la parola “libero” tramite l’applicazione e di aggiornare questo stato ogni minuto, una pratica che di fatto annullava qualsiasi autonomia e sottoponeva i fattorini a un monitoraggio costante e ossessivo. I responsabili aziendali, come emerso dalle carte dell’inchiesta, monitoravano i tempi di esecuzione e interpellavano telefonicamente i rider in caso di ritardi, imponendo loro di velocizzare il turno e stabilendo in modo unilaterale quale dovesse essere l’ultima consegna della giornata, senza che i lavoratori avessero la possibilità di replicare o rifiutare un ordine se non a costo di severi ammonimenti o dell’esclusione dalle assegnazioni successive.

La testimonianza di un rider studente a Genova

A dare un volto umano a queste statistiche e a queste carte giudiziarie ci pensano le storie come quella di Najer, un ragazzo indiano incontrato per caso seduto fuori da un noto fast food di via XX settembre a Genova, che frequenta il corso di ingegneria robotica e lavora part-time come rider per pagarsi gli studi. In pochi minuti di conversazione, il giovane ha raccontato la sua doppia vita, fatta di lezioni universitarie la mattina e consegne la sera, dalle sette alle ventitré, per le quali riceve un compenso che si aggira intorno ai 2,50 euro a consegna, una cifra che può scendere fino a quaranta centesimi al chilometro quando lo spostamento richiesto è particolarmente lungo, come accade quando deve coprire l'intera area genovese da Voltri a Nervi. Najer, che utilizza la propria bicicletta elettrica per lavorare, ha spiegato come l'assenza di dispositivi di protezione forniti dalle aziende e la precarietà del mezzo, del quale nessuno si farebbe carico in caso di rottura, rendano la sua condizione lavorativa estremamente fragile e lo espongano a rischi notevoli, costringendolo a sperare di non incorrere in incidenti che gli farebbero perdere l'unica fonte di reddito che gli consente di mantenersi agli studi.

Le piazze del Nord e le rivendicazioni sindacali

Anche nelle piazze del Nord Italia l'eco delle inchieste giudiziarie ha alimentato la mobilitazione, come dimostra il presidio organizzato a Padova in piazza Mazzini dalla Nidil Cgil insieme a Filcams Cgil e Filt, dove il segretario generale Mirko Romanato ha sottolineato come i giudici milanesi abbiano riscontrato paghe talmente basse da configurare il reato di caporalato, indicando al contempo nel contratto dei trasporti già adottato da Just Eat il punto di riferimento per regolarizzare il settore. A La Spezia, i rider si sono radunati davanti alla Prefettura per ribadire l'urgenza dell'applicazione del contratto nazionale Merci e Logistica e per denunciare turni di lavoro massacranti che arrivano a coprire sei o sette giorni alla settimana, con compensi che oscillano tra i due e i quattro euro a consegna e con oltre il sessanta per cento dei lavoratori costretto a effettuare più di otto consegne quotidiane. La segretaria nazionale Nidil Cgil, Roberta Turi, intervenuta al presidio di Napoli, ha quantificato il divario tra ciò che i rider ricevono oggi e ciò che spetterebbe loro con un contratto regolare: lavorando dieci ore al giorno con gli attuali accordi si arriva a malapena a milleduecento euro mensili, mentre il contratto merci e logistica, comprensivo di rimborsi chilometrici, indennità notturne e domenicali e scatti di anzianità, garantirebbe uno stipendio superiore ai duemila euro con tredicesima e Tfr.

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