Rider in piazza sotto la pioggia, la protesta a Milano, Firenze e Varese: “Trenta euro al giorno e nessun contratto”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La pioggia che cadeva incessante nel pomeriggio di sabato 14 marzo non ha fermato la rabbia e la determinazione dei rider, scesi in piazza in oltre trenta città italiane per una giornata di mobilitazione nazionale indetta dalla Cgil. Tra queste, anche Milano ha visto la partecipazione dei ciclofattorini, sebbene il nucleo delle testimonianze più significative arrivi da altre piazze, come Firenze e Varese, dove i lavoratori delle piattaforme di delivery hanno rotto il silenzio per raccontare la propria quotidianità fatta di turni estenuanti e compensi da fame. A Milano, l’attenzione si era già accesa nei mesi precedenti a seguito di un’inchiesta della Procura proprio sulle condizioni di lavoro nelle piattaforme come Glovo e Deliveroo, e questa protesta rappresenta l’ideale continuum di quelle indagini.
Sotto lo scaldacollo che si aggiustava nervosamente per proteggersi dal freddo e dall’umidità, Ponkoj, 28 anni, originario del Bangladesh, ha raccontato la sua routine per Glovo: turni che si allungano per dieci, talvolta dodici ore, per racimolare circa due euro e mezzo lordi a consegna. “Non ho nessun contratto – ha spiegato – e se mi ammalo, semplice: ho perso la giornata”. Una condizione, la sua, che riecheggia in quella di Raees Ahmad, 31 anni, pakistano in Italia dal 2022. Per lui, il miraggio di mille euro al mese si infrange contro la realtà di un affitto da pagare, delle spese, delle medicine, mentre le aziende, dal suo racconto, “non pagano nulla”.
Le voci dai presidi tra Firenze e Varese e le richieste di un contratto nazionale
L’eco della protesta è risuonata con forza anche in piazza Adua a Firenze, dove i cartelli con le scritte “Il lavoro è dignità” e “Basta cottimo, basta sfruttamento” hanno accompagnato l’assemblea-presidio organizzata dai sindacati. I lavoratori presenti hanno chiesto a gran voce una revisione del sistema di pagamento, un cambiamento radicale nelle forme contrattuali, perché oggi, come hanno sottolineato, i mille euro guadagnati con fatica devono bastare per tutto: tasse, cibo, visite mediche. La situazione non è diversa per i colleghi scesi in piazza a Varese, dove un piccolo gruppo si è radunato in piazzale Trento e Trieste, sotto l’egida della Cgil locale e delle categorie Filcams, Filt e Nidil. Lì, i rider hanno denunciato la follia di percorrere otto, dieci chilometri per un compenso che non supera i quattro euro, chiedendo più tutele e maggiore sicurezza su strade che, con il maltempo, diventano ancora più insidiose.
Il quadro normativo tra sentenze e vuoti da colmare
Queste proteste si inseriscono in un contesto giuridico in fermento, dove la magistratura prova a tracciare un solco più netto tra la finzione dell’autonomia e la realtà della subordinazione. La Corte di Cassazione, con una recente sentenza, la numero 28772 del 2025, ha stabilito che i rider devono essere considerati alla stregua di “collaboratori etero-organizzati”, assoggettandoli così alle tutele del lavoro subordinato nonostante la formale qualifica di autonomi. Questo significa che l’organizzazione del lavoro da parte della piattaforma, la quale assegna le route e monitora le performance tramite GPS e metriche, configura di fatto un potere direttivo e di controllo che poco ha a che fare con il lavoro autonomo genuino. Non è bastato, ai giudici, l’argomento delle aziende secondo cui la proprietà del mezzo (la bicicletta) e la possibilità di lavorare per più piattaforme giustificherebbero lo status indipendente.
Il Ministero del Lavoro, con la circolare numero 9 del 18 aprile 2025, aveva già cercato di mettere ordine, elencando gli schemi entro i quali può essere legittimamente inquadrata l’attività dei ciclofattorini. La circolare richiamava la complessa legislazione italiana e la direttiva europea 2024/2831, da recepire entro il dicembre 2026, sottolineando come, in presenza di poteri di controllo e di direttive vincolanti impartite in tempo reale tramite app, si debba ricondurre il rapporto al lavoro subordinato, eventualmente nella forma del lavoro intermittente. Tuttavia, il riconoscimento formale da parte della giurisprudenza non sempre si traduce in un miglioramento immediato delle condizioni materiali, e i rider continuano a essere esposti a ritmi e rischi che i sindacati, come Nidil e Filcams, denunciano ormai da tempo come “strutturali”.
Le recenti battaglie giudiziarie sulla sicurezza e la spinta verso un modello diverso
A testimoniare quanto la strada per la piena tutela sia ancora in salita, ci sono le recenti ordinanze del Tribunale di Milano, che hanno costretto Glovo a fare marcia indietro su iniziative ritenute inadeguate. Lo scorso luglio, i giudici avevano già imposto all’azienda di confrontarsi con i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza territoriale (RLST), dopo che il bonus “caldo” proposto dalla piattaforma – pochi centesimi in più a consegna per acquistare acqua e sali minerali – era stato giudicato una beffa. In agosto, una nuova sentenza ha obbligato Foodinho, la società che gestisce Glovo, non solo a triplicare l’indennizzo per le consegne con temperature superiori ai 25 gradi, ma anche a fornire ai rider dispositivi di protezione come cappelli con visiera, occhiali da sole con filtri UV, creme solari, borracce termiche e sali minerali. Un segnale importante, che arriva mentre in Spagna, modello spesso citato come esempio, Glovo ha dovuto assumere come dipendenti quattordicimila fattorini per adeguarsi alla cosiddetta “ley rider” del 2021, dopo anni di multe e pressioni giudiziarie.
Description: Rider in piazza a Milano, Firenze e Varese per la mobilitazione nazionale. Denunce di turni estenuanti e compensi bassi. Le richieste di contratti e tutele.




