Glovo sotto inchiesta a Milano per caporalato: "Pagati 2,5 euro a consegna, sfruttati e controllati"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La luce delle schermate degli smartphone, quelle a cui migliaia di persone affidano un pasto o la spesa, nasconde un universo di rapporti di lavoro digitalmente deformati. Un sistema, stando all’accusa della Procura di Milano, costruito sulla precarietà più assoluta e su un controllo pervasivo mascherato da algoritmo. È questo il quadro emerso dalle indagini che hanno portato al controllo giudiziario di Foodinho srl, la società che gestisce in Italia le consegne del colosso spagnolo Glovo, con l’ipotesi di reato di caporalato. Un provvedimento d’urgenza che, come un bisturi, cerca di bloccare una pratica d’impresa considerata illecita, fondata su compensi che la magistratura definisce «sotto la soglia di povertà» e in palese violazione non solo dei contratti collettivi ma, si legge, persino dei principi costituzionali che garantiscono un’esistenza libera e dignitosa.

I racconti dai margini della gig economy

A dare sostanza alle accuse, raccolte in quarantuno deposizioni, sono le voci di chi quel sistema lo vive pedalando. Arrivano da Pakistan, Bangladesh, Nigeria, molti di loro, con permessi di soggiorno in bilico e famiglie lontane a cui inviare quanto riescono a mettere da parte. Raccontano di una retribuzione a cottimo, fissata a due euro e cinquanta centesimi a consegna, e di doversi fare carico personalmente di tutti i mezzi e i rischi del mestiere, compreso il furto della bicicletta. Descrivono, poi, una forma di sorveglianza costante, fatta di geolocalizzazione attiva e chiamate ricattatorie se l’algoritmo registra una sosta non prevista. Una condizione di assoggettamento che, secondo gli investigatori, trasforma il rapporto in una subordinazione di fatto, nonostante la formale veste di collaboratori a partita Iva.

L’architettura di uno sfruttamento digitale

Il cuore dell’inchiesta non risiede solo nelle testimonianze, per quanto fondamentali, ma nell’analisi tecnica della piattaforma. I carabinieri, su mandato della Procura, hanno studiato l’infrastruttura informatica che regola il lavoro, scoprendo come essa sia strutturata per esercitare quella che viene definita un’eterodirezione digitale. Un controllo che, gestendo in modo unilaterale tempi, modalità e punizioni, svuota di significato la presunta autonomia del fattorino, rendendolo un dipendente senza le tutele e i compensi che gli spetterebbero. La differenza economica, calcolata dall’accusa, è abissale: si parla di un divario dell’81% rispetto a quanto previsto dai contratti collettivi nazionali, una forbice che si allarga sfruttando lo stato di bisogno e la vulnerabilità di una manodopera spesso senza alternative.

Il reato di caporalato nell’era delle piattaforme

L’applicazione dell’ipotesi di caporalato a un gigante della delivery rappresenta un passaggio giudiziario di rilievo, che prova a inquadrare in una cornice penale consolidata le nuove forme di sfruttamento nate con l’economia delle piattaforme. Non si tratta, nelle intenzioni degli inquirenti, di una mera vertenza sul costo del lavoro, bensì di una vera e propria organizzazione illecita dell’attività, dove l’intermediazione si fa digitale ma gli effetti sono ben concreti: compensi da fame, nessuna protezione sociale e un monitoraggio continuo. La misura del controllo giudiziario su Foodinho srl mira quindi a interrompere questo meccanismo, ponendo sotto la lente della legge un modello di business che, se confermato dalle successive fasi processuali, avrebbe costruito la propria efficienza sull’illegalità.

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