La protesta dei rider e la stagione dei diritti tra inchieste della procura e iniziative locali
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Redazione Interno
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La rabbia dei fattorini, quei lavoratori delle consegne che molti incrociano quotidianamente per le strade delle città, è esplosa in piazza Cavour e non solo, portando alla luce una condizione lavorativa fatta di chilometri macinati per pochi euro e dell'assenza totale di quelle tutele che si danno per scontate in qualsiasi rapporto di lavoro subordinato. C'è chi, come emerge dalle cronache recenti, pedala per 2,50 euro a consegna e chi, lavorando sei giorni su sette, fatica a portare a casa ottocento euro al mese, una cifra che si assottiglia ulteriormente tra affitti e rimesse alle famiglie lontane. L'Unione sindacale di base, che ha organizzato la mobilitazione, parla apertamente di condizioni di sfruttamento, e le voci dei diretti interessati raccontano di turni che si allungano per dodici o quattordici ore, sette giorni su sette, nella speranza di accumulare qualcosa come trenta euro, sempre col rischio di farsi male e senza la possibilità di accedere alla malattia o alle ferie.
A Milano, la protesta ha assunto i contorni di un vero e proprio presidio davanti alla stazione Centrale, con uno striscione che chiedeva "real job, real contract" e la richiesta chiara di essere assunti tutti con il contratto nazionale della logistica. La mobilitazione, che ha coinvolto una cinquantina di fattorini, tra cui molti provenienti da Pakistan, Bangladesh e Senegal, si è inserita in un momento giudiziario particolarmente delicato: il pm Paolo Storari ha infatti disposto la misura del controllo giudiziario per sfruttamento del lavoro nei confronti delle piattaforme Glovo e Deliveroo. I verbali raccolti dai carabinieri del Nucleo Tutela Lavoro dipingono un quadro di "fatica fisica e mentale", con persone costrette a non rifiutare consegne pur di sopravvivere e a gestire risparmi al centesimo per mandare soldi ai figli, in una concorrenza che diventa sempre più spietata.
L’intervento della magistratura e i numeri dello sfruttamento
L’inchiesta della Procura di Milano, che ha portato prima al controllo giudiziario su Glovo e successivamente all’estensione della misura su Deliveroo, ha quantificato in circa ventimila i lavoratori in stato di bisogno operanti sul territorio nazionale, di cui tremila solo nell’area milanese. Il provvedimento firmato dal pm Storari parla chiaro: ai rider veniva corrisposta una retribuzione in alcuni casi inferiore fino al novanta per cento rispetto alla soglia di povertà e a quanto previsto dalla contrattazione collettiva, una somma che la Procura definisce non proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato. Il giudice Roberto Crepaldi, nel convalidare il commissariamento di Glovo, ha addirittura sollecitato l’azienda a introdurre un algoritmo capace di garantire un reddito compatibile con i dettati costituzionali, ricalcolando gli stipendi finora corrisposti a quei quarantamila rider che, formalmente autonomi in regime forfettario, andrebbero considerati a tutti gli effetti dei dipendenti.
Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, ha definito l’intervento della magistratura come la conferma di un sistema di caporalato digitale che il sindacato denuncia da anni, chiedendo che a questi lavoratori venga garantito un salario dignitoso e un orario pieno attraverso l’applicazione di un contratto nazionale. Non è un caso che il contratto nazionale della logistica, trasporto merci e spedizione abbia recentemente completato il suo percorso di integrazione per la figura del rider, prevedendo tutte le tutele salariali, assicurative e previdenziali tipiche del rapporto subordinato, con un orario di lavoro flessibile ma distribuito su massimo sei giorni alla settimana e la fornitura obbligatoria dei dispositivi di protezione individuale come caschi e pettorine catarifrangenti.
Le iniziali risposte della politica locale
In questo panorama di tensioni nazionali e sviluppi giudiziari, si inseriscono anche le iniziative di chi ha amministrato il territorio. Gian Carlo Muzzarelli, ex sindaco e ora consigliere regionale del Pd, ha rivendicato quanto fatto a suo tempo per affrontare il problema dei rider a livello comunale, consapevole dei limiti imposti dalle competenze di un Comune in materia. Grazie a un accordo con i sindacati e all’impegno dell’assessore Andrea Bosi, venne siglato il Protocollo Rider che portò all’apertura di due "Case dei Rider", spazi pensati per offrire un luogo caldo dove attendere le chiamate per le consegne, insieme a convenzioni con ciclofficine per garantire manutenzioni pressoché gratuite dei mezzi di lavoro. Un intervento che, pur nella consapevolezza della sua parzialità, rappresenta un tentativo di dare risposte concrete nell’immediato a chi vive la strada come luogo di lavoro.
Le testimonianze raccolte in questi mesi, come quelle dei rider che lavorano per Deliveroo senza documenti o di chi come un fattorino di cinquantatré anni racconta di non avere alcuna tutela, continuano a sollecitare una riflessione più ampia. A Milano, durante il presidio, si parlava di risparmi all’osso e di affitti da quattrocentoventi euro per una stanza condivisa con un fratello, mentre dall’altra parte del paese, a Rimini, una delegazione di ciclofattorini manifestava con lo stesso grido: "Non siamo schiavi, basta stipendi da fame". La richiesta, trasversale e unanime, resta quella di vedere riconosciuta la propria attività come un lavoro vero, con un contratto vero.




