Il paradosso dei rider di Napoli: difendono Glovo e si oppongono alla Procura, "non siamo schiavi"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La complessa vicenda giudiziaria che ha investito Foodinho, la società che gestisce le attività di Glovo in Italia, con il commissariamento disposto d'urgenza dalla Procura di Milano per le ipotesi di reato legate al caporalato digitale, allo sfruttamento e all'intermediazione illecita di manodopera, ha innescato una reazione tutt'altro che scontata tra i diretti interessati. Mentre l'inchiesta condotta dal pubblico ministero Paolo Storari dipinge un quadro di retribuzioni definite “inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà” e un controllo serrato dei lavoratori tramite geolocalizzazione e algoritmi -3-8, un gruppo di fattorini partenopei ha deciso di alzare la voce per ribaltare la narrazione. La loro presa di posizione, raccolta in queste ore, è netta e provocatoria: "Non siamo schiavi", gridano, respingendo con forza l'immagine di vittime indifese restituita dalle carte giudiziarie e difendendo la propria autonomia contrattuale e i guadagni che, a loro dire, il sistema garantirebbe -3.

Questa frattura nel fronte dei lavoratori delle piattaforme di delivery, che vede da un lato le preoccupazioni della magistratura e di molti sindacati come Nidil Cgil e dall'altro la voce di chi rivendica la libertà di organizzarsi il lavoro, rappresenta un nodo centrale e irrisolto della cosiddetta gig economy. La contestazione dei rider napoletani non si limita a una difesa d'ufficio dell'azienda, ma affonda le radici in una percezione della propria attività che collide frontalmente con l'ipotesi accusatoria. Per loro, la possibilità di connettersi alla piattaforma in base alle proprie esigenze, senza vincoli di orario e con una flessibilità che un contratto tradizionale non potrebbe offrire, costituirebbe un valore aggiunto, quasi un baluardo di indipendenza. Rifiutano, pertanto, l'etichetta di "sfruttati" e rivendicano la consapevolezza delle proprie scelte, anche quando queste implicano ritmi serrati e l'assenza di ammortizzatori sociali come malattia o ferie pagate, elementi questi che la Procura di Milano considera invece diritti inalienabili e calpestati -3-8.

La reazione dei rider partenopei getta luce su una realtà composita e frammentata, dove la coscienza di classe e la percezione dello sfruttamento non sono affatto univoche. Come emerso da diverse inchieste sul campo, inclusi i report di Nidil Cgil, la categoria dei ciclofattorini è estremamente variegata: comprende studenti, migranti, lavoratori multipart-time e persone per le quali questa attività rappresenta l'unica fonte di reddito -4-7. Se per alcuni la precarietà e la dipendenza dall'algoritmo sono fonte di frustrazione e difficoltà, per altri, specialmente in contesti come quello napoletano dove il lavoro nero o irregolare è storicamente radicato, l'inquadramento come collaboratori autonomi può essere percepito come una forma di riscatto e di libertà dall'oppressione di un "padrone" tradizionale. L'algoritmo, che la Procura definisce uno strumento di "eterodirezione" e controllo, per loro diventa semplicemente un mezzo neutro, una lavagna su cui iscriversi quando si vuole, senza dover rispondere a un supervisore fisico -8.

Nel merito dell'inchiesta milanese, che ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati dell'amministratore unico di Foodinho, lo spagnolo Miguel Oscar Pierre, e della stessa società per la responsabilità amministrativa, emergono elementi di complessità tecnica che forse sfuggono ai rider scesi in piazza a Napoli -3. Il nucleo dell'accusa si basa su tre pilastri fondamentali: le testimonianze raccolte dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, che parlano di turni massacranti fino a dodici ore al giorno per guadagni mensili che a Milano si aggiravano sugli 800-900 euro; l'analisi delle norme giuslavoristiche e costituzionali che sanciscono il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro; e infine lo studio del funzionamento dell'algoritmo, quel sistema digitale opaco che, secondo gli inquirenti, "governa" la prestazione determinando compensi e penalizzazioni senza alcuna trasparenza né possibilità di negoziazione per il lavoratore -3-8. È proprio su quest'ultimo punto che la posizione dei rider napoletani appare più in contraddizione, poiché difficilmente possono conoscere i meccanismi di backend che, secondo la consulenza tecnica depositata dalla Procura, calcolano i compensi in modo del tutto impermeabile alle volontà individuali -8.

Caporalato digitale e algoritmi, il confronto con la realtà sindacale

La presa di posizione dei rider campani si inserisce in un dibattito più ampio che vede da tempo il sindacato, in particolare la Nidil Cgil, battersi per il riconoscimento della natura subordinata del lavoro dei rider, o quantomeno per l'applicazione di tutele minime garantite anche per le collaborazioni etero-organizzate. Figure come Roberta Turi, segretaria nazionale di Nidil Cgil, e Mirko Romanato, segretario generale di Nidil Cgil Padova, hanno più volte sottolineato come l'inchiesta di Milano non faccia che confermare la correttezza delle istanze presentate negli anni alle piattaforme, ricevendo però sistematici rifiuti -1-6. Dalle loro analisi, condotte su migliaia di interviste, emerge che la maggior parte dei rider lavora sei o sette giorni su sette, spinta da un bisogno economico tale da rendere vana qualsiasi rivendicazione di autonomia sostanziale -6. Il fenomeno degli "account multipli", dove un lavoratore utilizza più identità per accaparrarsi più consegne, gestito talvolta da veri e propri intermediari senza scrupoli, è un'altra piaga denunciata dai sindacati che svela il lato oscuro di un sistema che, lungi dall'essere libero, produce nuove forme di dipendenza -4-6.

La sicurezza stradale e i rischi del mestiere, un aspetto trascurato

Un altro fronte di tensione, che l'entusiasmo dei rider napoletani nel difendere il proprio lavoro rischia di oscurare, è quello della sicurezza. L'attività del fattorino, che si snoda per ore nel traffico cittadino sotto pioggia, caldo torrido o nebbia, comporta rischi altissimi. I dati INAIL, sebbene sottostimati secondo i sindacati a causa del massiccio numero di infortuni non denunciati, parlano di 1.337 infortuni tra il 2021 e il 2023, con sette casi mortali -2-7. La necessità di consultare il cellulare durante la guida, il peso del baule termico che scompagina l'equilibrio del mezzo e la fatica accumulata a fine turno sono fattori che moltiplicano esponenzialmente i pericoli. Dimenticare questi aspetti, concentrandosi solo sulla flessibilità oraria e sui guadagni immediati, significa ignorare una parte sostanziale della realtà lavorativa di questi giovani, esposti a incidenti che, come nel tragico caso del fiorentino Sebastian Galassi, morto nell'ottobre del 2022, hanno portato il Garante della Privacy a sanzionare pesantemente Foodinho per l'uso illecito dei dati e la mancata tutela della salute -5.

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