Deliveroo sotto controllo giudiziario a Milano, per la procura è sfruttamento dei rider: “Retribuzioni inferiori fino al 90% rispetto alla soglia di povertà”
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Redazione Interno
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Dopo l’analoga misura disposta un mese fa nei confronti di Foodinho-Glovo, il provvedimento cautelare firmato dal pm Paolo Storari, e già convalidato dal gip Roberto Crepaldi, porta all’interno della sede milanese di Deliveroo Italy un amministratore giudiziario con il compito, tra gli altri, di verificare il rispetto delle norme sul lavoro e provvedere alla regolarizzazione della posizione dei circa ventimila ciclofattorini che collaborano con la piattaforma in Italia, dei quali tremila operano nel capoluogo lombardo. Una società, quest’ultima, controllata dalla britannica Roofoods Ltd, che nel nostro Paese, secondo quanto emerge dagli atti depositati in procura, realizza un giro d’affari da 240 milioni di euro e che ora si vede contestare, sulla base delle dichiarazioni raccolte dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, una “politica di impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità”. La convinzione degli inquirenti, suffragata dalle testimonianze di decine di rider, è che ci si trovi di fronte a un sistema di “pesante sfruttamento lavorativo” deliberatamente ricercato e attuato, con retribuzioni che, nella loro esiguità, finirebbero per violare il dettato dell’articolo 36 della Costituzione, il quale garantisce il diritto a una “esistenza libera e dignitosa”.
Le paghe sotto la lente, un divario che arriva al novanta per cento
Il cuore dell’inchiesta, che vede iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di caporalato aggravato l’amministratore unico di Deliveroo Italy, il 65enne Andrea Zocchi, ruota attorno alla disproporzione, ritenuta “palese” dalla procura, tra le ore effettivamente prestate dai fattorini e i compensi erogati. L’analisi condotta su un campione di cinquanta rider ha permesso di quantificare questo scostamento: per un numero compreso tra il 73 e l’81 per cento dei lavoratori esaminati, il reddito netto annuo si colloca al di sotto della soglia di povertà, con un differenziale medio che supera i settemila euro e che in taluni casi tocca quota quindicimila. Il paragone con il contratto collettivo nazionale della logistica rende ancora più evidente la distanza, attestandosi, in quasi la totalità dei casi, su valori inferiori ai minimi previsti per legge, con punte che arrivano a toccare una riduzione del 94,6 per cento e che, tradotti in paga oraria, scendono sotto i quattro euro l’ora. Un quadro, questo, che ha indotto i magistrati a parlare di “una situazione di vero e proprio sfruttamento, perpetrato da anni ai danni di numerosissimi lavoratori”, situazione che si è potuta protrarre, secondo l’accusa, anche grazie alla natura stessa del rapporto, formalmente di lavoro autonomo ma nella sostanza, per come viene descritto nelle testimonianze, del tutto eterodiretto dalla piattaforma.
L’algoritmo, la subordinazione sostanziale e lo “stato di bisogno”
Le dichiarazioni raccolte dagli investigatori dipingono, infatti, una realtà lavorativa in cui la libertà formale di accettare o rifiutare una consegna si scontra con una gestione algoritmica che di fatto determina ogni aspetto della prestazione. La retribuzione fissa, che oscilla tra i tre e i quattro euro a consegna, viene modulata in base ai chilometri calcolati dal sistema, mentre il controllo del vettore, con la sua posizione costantemente tracciata via Gps e la possibilità per l’azienda di intervenire con solleciti in caso di ritardo, lascia poco spazio all’autonomia. C’è chi, come emerge dai verbali, ha raccontato di lavorare sette giorni su sette, collegandosi all’applicazione alle undici del mattino per staccare solo alle dieci di sera, per poi affrontare un secondo impiego; chi, per riuscire a pagare l’affitto e inviare rimesse alla famiglia in Nigeria, ha dichiarato di arrivare anche a venti ore giornaliere, un ritmo che, a suo dire, lo sta logorando “fisicamente e mentalmente”. Condizioni di indubbia difficoltà che, agli occhi della procura, integrano quello “stato di bisogno” richiamato dalla giurisprudenza della Cassazione – in particolare la sentenza 24441 del 2021 – per configurare il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, uno stato che non deve necessariamente essere assoluto ma che può consistere in una “grave difficoltà, anche temporanea”, tale da limitare la libertà di scelta e indurre ad accettare condizioni particolarmente svantaggiose. L’amministratore giudiziario, nella persona di Massimiliano Poppi, dovrà ora vigilare affinché queste pratiche cessino.
L’estensione degli accertamenti ai grandi marchi della ristorazione e della gdo
Parallelamente al provvedimento nei confronti di Deliveroo, i carabinieri hanno notificato richieste di documentazione a sette grandi aziende che intrattengono rapporti contrattuali con la piattaforma e che si avvalgono dei medesimi rider per le consegne a domicilio. McDonald’s Italia, Burger King, KFC, Poke House, ma anche colossi della grande distribuzione come Esselunga, Carrefour e Crai Secom sono finiti nel mirino degli accertamenti, sebbene al momento nessuna di esse risulti indagata. L’obiettivo, per gli inquirenti, è quello di verificare l’adeguatezza dei modelli organizzativi adottati da questi committenti, ovvero la loro capacità di prevenire, lungo l’intera filiera, il reiterarsi di condotte illecite riconducibili all’articolo 603 bis del codice penale. Attraverso l’acquisizione di organigrammi, sistemi di controllo interno e report di audit, la procura intende capire se vi fosse, o meno, la consapevolezza delle condizioni di sfruttamento alla base del servizio di delivery del quale queste imprese si sono avvalse. Deliveroo, da parte sua, ha fatto sapere di stare esaminando la documentazione ricevuta dall’autorità giudiziaria e di voler continuare a collaborare pienamente con le indagini in corso.




