Herat, l’infermiera di Msf fermata per il velo: due giorni di cella e la promessa scritta ai talebani
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Redazione Esteri
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Il controllo capillare esercitato dal ministero per la “Promozione della virtù e la prevenzione del vizio” (PvPv) – un organismo che, sotto il governo talebano, ha gradualmente esteso la propria influenza su ogni aspetto della vita pubblica – ha raggiunto un nuovo livello di pressione, colpendo direttamente il personale umanitario straniero e locale che opera sul territorio.
A lanciare l’allarme è stata Medici Senza Frontiere (Msf), che attraverso una nota ufficiale ha denunciato l’arresto, avvenuto lo scorso 6 giugno, di una propria operatrice sanitaria afghana mentre si recava al lavoro presso l’ospedale regionale di Herat, struttura nella quale l’organizzazione supporta il reparto di pediatria dal 2019.
La donna, che secondo quanto ricostruito era accompagnata dal marito durante il tragitto, è stata fermata a un posto di blocco e accusata di non aver rispettato il rigido codice di abbigliamento imposto alle donne nel paese; nello specifico, come riportato dalle agenzie internazionali, l’accusa formale per la detenzione sarebbe legata all’uso del niqab, il velo che copre il volto, la cui applicazione viene ora “rafforzata in modo sproporzionato” dalle autorità di Herat.
La prigionia e il “contratto” familiare
La professionista, la cui identità non è stata divulgata per ragioni di sicurezza, è stata trattenuta per circa 48 ore in celle separate rispetto al coniuge – anch’egli fermato – prima di essere rilasciata l’8 giugno. La sua liberazione, tuttavia, non è stata incondizionata: le è stato imposto di firmare, insieme al marito e ad altri membri della famiglia, un impegno scritto che la obbliga a indossare esclusivamente l’abbigliamento specifico prescritto dal PvPv per il futuro.
Questo documento, come spiegato dai responsabili dell’ong, non rappresenta una semplice raccomandazione formale; costituisce invece una vera e propria minaccia legale, poiché in caso di violazione di quella promessa la donna rischia l’arresto immediato e una condanna a un mese di reclusione senza ulteriori avvisaglie.
Msf ha espresso “indignazione” per quanto accaduto, sottolineando che episodi come questo – lungi dall’essere isolati – stanno minando la possibilità stessa di erogare cure mediche in un paese dove la percentuale di personale infermieristico femminile raggiunge il 45% del totale e, nei progetti dedicati alla maternità, supera abbondantemente la metà della forza lavoro.
Oltre il caso singolo: la caccia alle donne di Herat
L’arresto della dipendente Msf si inserisce in un contesto di vera e propria escalation repressiva nella provincia occidentale di Herat, dove le direttive del ministero della Virtù sono diventate sempre più stringenti: le nuove ordinanze, entrate in vigore nei giorni precedenti l’arresto, vietano alle donne di mostrare i piedi scalzi, di indossare trucco o di lasciare scoperta qualsiasi parte del corpo al di sotto dell’abito lungo, sotto la minaccia di “detenzione o carcere”.
Le Nazioni Unite hanno confermato che nelle stesse ore in cui veniva fermata l’infermiera, almeno altre trenta donne sono state prelevate dalle strade e trattenute dalle stesse forze morali; decine di altre hanno ricevuto ammonizioni verbali.
Le proteste spontanee scoppiate martedì 9 giugno contro questi rastrellamenti – una manifestazione che ha visto la partecipazione di circa 150 persone, per lo più uomini – sono state disperse con la forza bruta: secondo dieci esperti indipendenti nominati dal Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, le forze di polizia hanno fatto fuoco contro i dimostranti uccidendo almeno due persone, tra cui un bambino, e ferendone oltre venti, alcuni dei quali colpiti con bastoni e fruste.
L’impatto sulla sanità e la voce della diaspora
Per Msf, la questione non è meramente politica ma concretamente operativa: le restrizioni alla mobilità e l’obbligo del tutore maschile (mahram) rendono già estremamente difficile per le pazienti accedere alle cure, e l’arresto di personale qualificato rischia di paralizzare reparti interi, come quello di pediatria di Herat dove si registra un’impennata di casi di malnutrizione infantile.
Se da un lato le autorità talebane hanno negato ufficialmente l’esistenza di arresti di massa, liquidando le notizie come “voci infondate”, dall’altro il dipartimento provinciale del PvPv ha ribadito che l’hijab è “un comando divino” e che la legge deve essere applicata.
In questo clima di crescente isolamento, la testimonianza di chi è riuscito a fuggire diventa l’unico ponte con l’esterno: Atefa Ghafoory, giornalista pluripremiata originaria di Herat oggi rifugiata in Svezia dopo una fuga rocambolesca durata mesi e decine di rifugi clandestini, ha commentato gli eventi dichiarando di combattere “con l’arma silenziosa della penna” affinché le ragazze del suo paese possano “un giorno respirare la libertà” – un grido che, dall’esilio, riecheggia le proteste soffocate nel sangue delle strade di Herat.




