La vittoria della Lazio sul Milan e il ritorno dei tifosi, tra dediche social e il giallo della coreografia ‘Libertà’ censurata
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Redazione Sport
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La serata di domenica allo stadio Olimpico avrebbe dovuto rappresentare esclusivamente il trionfo del desiderio di esserci, la riappropriazione di uno spazio, il Calderas, lasciato volutamente vuoto nelle ultime uscite casalinghe come forma estrema di dissenso nei confronti della proprietà. Invece, la sfida vinta contro il Milan con il risultato di 1 a 0, pur regalando alla Lazio e ai suoi tifosi una boccata d’ossigeno emotivo e due punti pesantissimi in classifica, ha portato con sé strascichi di polemiche che poco hanno a che vedere con le gesta atletiche di Sarri e dei suoi ragazzi. Perché se è vero che sugli spalti sono tornati a vedersi oltre cinquantamila sostenitori biancocelesti, pronti a sostenere la squadra dal primo all’ultimo minuto, è altrettanto vero che quella presenza massiccia non ha affatto sanato la frattura con la società; anzi, l’ha paradossalmente resa più nitida, complice un episodio che sa di censura e che ha trasformato la parola “Libertà” nel vero nodo della questione, oscurando per un momento anche la gioia per la prestazione in campo.
A scaldare gli animi, in una notte che doveva essere di pura celebrazione, ci ha pensato la mancata autorizzazione per una coreografia prevista in Tribuna Tevere. L’idea del tifo organizzato, quella sì, era chiara e forte: comporre con dei cartoncini bianchi la scritta “Libertà”, un termine che in questo specifico contesto storico del tifo laziale assume connotati precisi e indirizzati, un messaggio diretto alla presidenza e a un modo di gestire la cosa pubblica sportiva che non convince più. Secondo le ricostruzioni fornite dagli stessi gruppi della Curva Nord e riportate da più fonti, a circa un’ora dal fischio d’inizio, con lo stadio già gremito in larga parte, sarebbe stato comunicato ai responsabili della gradinata il divieto di esporre quello specifico striscione o quantomeno quella determinata parte del progetto coreografico. Un fulmine a ciel sereno, considerando che, come spiegano i diretti interessati, le procedure erano state seguite, il senso del messaggio era stato in qualche modo parafrasato nelle richieste di rito alle autorità competenti e tutto sembrava procedere per il meglio. Invece, l’ultimo miglio si è rivelato fatale: l’ok è stato ritirato e i cartoncini, quelli che dovevano comporre la parola proibita, sono rimasti in parte nei sacchi e in parte, chissà, alzati per errore da qualche spettatore ignaro del dietro le quinte, generando confusione e un senso di amarezza difficilmente cancellabile dalla soddisfazione del risultato sportivo.
Nel dopo partita, mentre la squadra correva sotto la Curva Nord per godersi l’abbraccio caloroso di chi non aveva voluto mancare a quello che era chiaramente un appuntamento speciale, i social media sono diventati il megafono di una felicità contrastata ma sincera. In molti, tra i calciatori, hanno sentito il bisogno di dedicare la vittoria a quel pubblico che aveva scelto di tornare, consapevoli del significato profondo di quella presenza. Lo spagnolo Pedro, ad esempio, ha postato una fotografia che lo ritrae proprio sotto il settore più caldo dell’Olimpico, accompagnandola con parole che trasudano gratitudine: “Una serata fantastica davanti ai nostri tifosi, questa bella vittoria di tutta la squadra è dedicata a voi”. Un messaggio lineare, diretto, che mette al centro il sostegno ricevuto e la dedica di una serata che, senza quel calore, avrebbe avuto tutto un altro sapore. E poi c’è stato il capitano, Mattia Zaccagni, a cui è toccato il compito di interpretare forse il sentimento collettivo di uno spogliatoio che si è sentito protetto e caricato da un’atmosfera che mancava da tempo: “Insieme, indipendentemente dai risultati, non saremo mai sconfitti, perché con voi al nostro fianco non abbiamo paura di niente”. Una dichiarazione che va oltre la semplice dedica post-partita, diventando quasi un patto, una promessa di resilienza e di unione che prescinde dai singoli episodi e guarda al legame più profondo tra chi corre e chi spinge.




