La scarcerazione di Alberto Stasi e il passo verso la revisione: il delitto di Garlasco torna a muoversi tra affidamento e nuove inchieste
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Redazione Interno
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Milano. Alberto Stasi, il quarantaduenne condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, ha lasciato il carcere di Bollate; lo ha fatto non certo per un colpo di spugna sulla sentenza, ma attraverso la porta dell’affidamento in prova ai servizi sociali, una misura alternativa concessa dal Tribunale di Sorveglianza di Milano che tiene conto del residuo pena – inferiore ai quattro anni – e di un comportamento carcerario definito dai giudici "ineccepibile".
La sua, va detto, non è una libertà piena e senza condizioni: Stasi continuerà a lavorare come contabile in una società di gestioni finanziarie nel centro di Milano, dovrà rispettare precisi obblighi di rientro e limitazioni negli spostamenti, senza dimenticare l’impegno, già avviato, a risarcire la famiglia della vittima con parte della propria retribuzione.
La valutazione del Tribunale e il percorso detentivo
I giudici – lo si legge nelle motivazioni che accompagnano il provvedimento – hanno valutato positivamente "l'assoluta adesione alle regole" e una "condotta ineccepibile" tenuta da Stasi sia durante la detenzione ordinaria sia, più recentemente, nella fase della semilibertà, che gli era stata concessa circa un anno fa nonostante il parere contrario della Procura generale.
Proprio quel precedente contrasto, alimentato da un’intervista televisiva rilasciata durante un permesso premio, era stato superato da una lettera di chiarimenti inviata dall’interessato al tribunale; elemento, questo, che ha concorso a dimostrare, agli occhi della Sorveglianza, una capacità di resilienza e di equilibrio emotivo, messa a dura prova anche dalla "eccezionale" esposizione mediatica seguita alla riapertura delle indagini sul caso.
Il silenzio della famiglia Poggi e le reazioni
La notizia della scarcerazione, inevitabilmente, ha riacceso i riflettori sulla famiglia di Chiara Poggi, la giovane uccisa a Garlasco nel 2007.
Loro, però, hanno scelto una linea di contenuto e rigoroso riserbo: Rita Preda, la madre, ha appreso la decisione dai giornalisti e ha risposto con un secco "non intendo dire niente", mentre il legale storico della famiglia, l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, ha tenuto a precisare come l’affidamento in prova rappresenti un diritto maturato da ogni detenuto con un residuo pena così ridotto, ribadendo che "ritengo errato affermare che sia formalmente e sostanzialmente un uomo libero".
Nessuna dichiarazione di soddisfazione o di sgomento, dunque, ma una presa d’atto istituzionale: ciò che conta, per i Poggi, resta l’accertamento della verità processuale già sancita dalle sentenze.
Il nodo della revisione e le previsioni dell’ex difensore
A rendere ancora più complesso il quadro, tuttavia, è il contesto giudiziario parallelo: la difesa di Stasi, rappresentata dagli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis, ha già fatto sapere di star "preparando la richiesta di revisione" del processo, un’istanza che verrà depositata alla Corte d’Appello di Brescia e che punta a cancellare i sedici anni di condanna inflitti nel 2015.
Sebbene la procedura di sorveglianza sia tecnicamente slegata da quella di revisione, il clima è reso incandescente dalle dichiarazioni di Massimo Lovati, ex difensore di Andrea Sempio – il giovane attualmente indagato dalla Procura di Pavia per lo stesso omicidio – secondo il quale "Stasi otterrà la revisione e Sempio verrà archiviato".
Lovati, che pure non ha più il mandato da mesi, sostiene che l’inchiesta su Sempio sia servita principalmente ad aprire la strada all’innocenza del primo, alimentando un braccio di ferro giudiziario destinato a tenere banco ancora a lungo.




