Strage a Rio, l'Onu chiede verità sul blitz nella favela
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Un silenzio innaturale, rotto solo dal pianto strozzato di chi osserva la scena, è calato sulla strada principale del Complesso della Penha, un luogo dove la vita normalmente scorre con un'intensità rumorosa. La tensione, che si può quasi toccare con mano, spinge gli abitanti delle vicine favelas verso Praça São Lucas, dove i corpi delle ultime vittime giacciono, allineati su teli di plastica, in una macabra esposizione. Alcuni di essi sono coperti da lenzuola, altri ricevono l'ultimo, straziante saluto dei familiari, in quella che è l'eredità immediata di un raid anti-narcos la cui ferocia ha oltrepassato i confini nazionali, sollevando interrogativi pesanti come macigni.
L'intervento delle Nazioni Unite
A far eco a questo sconcerto, arrivando con la sua autorevolezza istituzionale, è stato il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il quale ha espresso una profonda preoccupazione per il numero di vittime, che supera il centinaio, e ha richiesto con forza un'indagine immediata e trasparente sull'accaduto. Guterres, la cui voce si è levata per chiedere garanzie sul rispetto delle norme internazionali in materia di diritti umani, ha di fatto messo in discussione le modalità operative di un'azione presentata dalle autorità locali come una necessaria risposta all'espansione territoriale del Comando Vermelho. L'operazione, che ha visto un dispiegamento impressionante di forze con migliaia di agenti, mezzi blindati e il supporto aereo di elicotteri, ha paralizzato interi quartieri della zona nord di Rio, trasformandoli in teatri di uno scontro del quale, oggi, si contano i costi umani più drammatici.
La macchina della guerra allo spaccio
Quella che è stata descritta come una missione per riconquistare territori finiti sotto il tallone di un'organizzazione criminale aggressiva, si è materializzata in un'offensiva senza precedenti, concentrata nei complessi di Alemao e Penha, dove la popolazione si è trovata stretta in una morsa letale. Mentre le autorità celebravano il successo dell'impresa, ricevendo persino un avallo da parte di un giudice della Corte Suprema, le immagini e le testimonianze che filtravano dalle favelas dipingevano un quadro ben diverso, fatto di paura, distruzione e di una conta dei morti che cresceva ora dopo ora. La reazione internazionale, peraltro, non si è fatta attendere, gettando un'ombra su quelle che alcune voci, non senza fondamento, hanno già definito come pratiche di una violenza di Stato, che finisce per colpire indiscriminatamente.
La crisi politica e umanitaria
La carneficina, al di là delle immediate conseguenze giudiziarie che potrebbero scaturire dalle pressioni dell'Onu, ha scatenato una crisi duplice, sia di natura politica che umanitaria, mettendo sotto i riflettori l'operato del governatore Cláudio Castro. È stato proprio lui, del resto, a promuovere e a volere l'azione di polizia, presentandola come un atto dovuto e decisivo nella lotta senza quartiere al narcotraffico; una narrazione che, tuttavia, si scontra con la crudezza dei fatti e con le decine di barelle disposte in fila. La situazione, che permane tesa e carica di dolore, lascia una città ferita nel suo profondo e costretta a interrogarsi sul prezzo della sicurezza e sui limiti dell'intervento delle forze dell'ordine, in un contesto dove la linea di confine tra giustizia e strage appare, a molti, pericolosamente labile.




