Il dollaro crolla con Trump: l’euro forte divide export e turismo, ma il deficit Usa pesa
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
C’era una volta il dollaro, moneta egemone degli scambi globali e rifugio sicuro per le banche centrali. Oggi, con Donald Trump alla Casa Bianca, il biglietto verde sta vivendo il suo peggior semestre dal 1973, perdendo oltre il 10% del suo valore rispetto alle principali valute, incluso l’euro, che tocca quota 1,17, livello non visto dall’estate del 2021. Un crollo che, se da un lato avvantaggia il turismo europeo e le importazioni, dall’altro mette in difficoltà le aziende Ue che esportano verso gli Stati Uniti, costrette a rivedere i margini di guadagno.
A determinare questa flessione, secondo analisi riportate dal Financial Times, sono principalmente le politiche economiche dell’amministrazione Trump, caratterizzate da dazi commerciali aggressivi e da un debito pubblico in crescita, fattori che hanno spinto gli investitori a ridurre l’esposizione sul dollaro. Sebbene la Federal Reserve abbia mantenuto una linea indipendente, alzando i tassi per contrastare l’inflazione, la diffidenza dei mercati sembra legata più alla volatilità politica che alle scelte monetarie.
Non è un caso che, mentre il dollar index – l’indice che misura la forza della valuta statunitense contro sterlina, yen ed euro – segna il record negativo degli ultimi cinquant’anni, la Bce abbia colto l’occasione per ribadire il ruolo dell’euro come potenziale valuta di riserva alternativa. Una prospettiva che, se realizzata, potrebbe ridisegnare gli equilibri finanziari globali, soprattutto alla luce delle tensioni geopolitiche con Russia e Cina, che da tempo cercano di ridurre la dipendenza dal sistema monetario americano.
Il calo del dollaro, però, non è solo una questione di numeri. Dietro ai grafici ci sono imprese che devono ricalcolare i listini, famiglie che programmano viaggi oltreoceano, e governi chiamati a gestire l’impatto su inflazione e materie prime. Senza contare che, con un deficit pubblico Usa destinato a superare il 6% del Pil nel 2025, la svalutazione rischia di aggravare il costo del debito, già sotto pressione per via dei tassi elevati.




