La Knesset spiana la strada alla pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il meccanismo giudiziario israeliano si appresta a compiere un passo destinato a incidere profondamente sulla gestione del conflitto: la commissione per la sicurezza nazionale della Knesset ha infatti varato il disegno di legge che introduce la pena capitale per i soggetti condannati per atti di terrorismo. Il testo, frutto di una lunga e accesa sessione parlamentare cui ha preso parte anche il ministro per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, è stato licenziato dalla commissione e attende ora di approdare in aula per le due letture finali, quelle decisive per la sua conversione in legge. Un iter che, stando ai tempi della politica israeliana, potrebbe concludersi nei prossimi giorni, spianando di fatto la strada a un provvedimento già al centro di un vivace dibattito.

La svolta voluta dall’ultradestra

La proposta, presentata dal deputato Limor Son Har-Melech, esponente del partito di estrema destra Otzma Yehudit – la stessa formazione guidata da Ben Gvir –, stabilisce un meccanismo rigoroso e per certi versi inedito nel quadro normativo vigente. Prevede, tra le altre disposizioni, che l’esecuzione della condanna avvenga entro novanta giorni dalla sentenza, e impone il regime di isolamento per i detenuti rientranti in questa categoria: a questi ultimi, una volta emessa la condanna, sarebbe preclusa la possibilità di ricevere visite, incluse quelle dei familiari e persino dei propri difensori. Una misura che, nelle intenzioni dei promotori, intende rappresentare un deterrente assoluto, sebbene sollevi perplessità in ordine alle garanzie processuali.

Il messaggio politico del promotore

«La legge invia un messaggio chiaro e inequivocabile: chi sceglie di uccidere gli ebrei perché sono ebrei perde il diritto alla vita», ha dichiarato Son Har-Melech al termine della votazione, lasciando intendere – senza che ciò sia specificato nel testo – la natura identitaria e politica che la coalizione di governo intende attribuire al provvedimento. Le sue parole, accompagnate dall’esultanza dei leader dell’ultradestra, fotografano la spinta ideologica che ha sorretto l’intera operazione parlamentare. Un’accelerazione che giunge mentre gli occhi dell’opinione pubblica internazionale restano in larga parte concentrati sugli sviluppi del conflitto a Gaza e sulle tensioni in corso tra Israele, Iran e Libano, quasi a voler cogliere una finestra di minore attenzione per blindare una riforma destinata a suscitare reazioni.

Dettati normativi e tempistiche serrate

Il testo approdato in commissione – e ora passato al vaglio dell’aula – non lascia spazio a margini di discrezionalità sulle modalità di esecuzione. Accanto alla tempistica vincolata dei novanta giorni, spicca la disposizione relativa all’isolamento, una misura che di fatto anticipa gli effetti della condanna, comprimendo il diritto di difesa in una fase successiva al giudizio. La natura tecnica del provvedimento, peraltro, ne definisce l’applicazione solo per i reati di terrorismo, creando una dicotomia giuridica destinata a far discutere gli studiosi di diritto penale. Al momento, manca solo il voto finale della Knesset, e la maggioranza di cui gode la coalizione di governo lascia intendere che l’approdo sarà pressoché scontato, a meno di colpi di scena nelle prossime sedute.

I contorni della vicenda e il contesto più ampio

L’avanzamento del disegno di legge si inserisce in un quadro politico interno segnato dalla centralità della sicurezza nazionale, un tema che il governo guidato da Benyamin Netanyahu ha posto al centro della propria azione. La spinta all’approvazione è arrivata in modo compatto dai partiti di estrema destra, con il ministro Ben Gvir in prima fila a presenziare personalmente ai lavori della commissione, quasi a voler sottolineare il peso politico di una misura che considera una priorità assoluta. Il passaggio in plenaria, ormai imminente, rappresenta l’ultimo atto di un iter legislativo che – al di là delle sue implicazioni giuridiche – si configura come una delle scelte più divisive degli ultimi anni, destinata a ridisegnare i confini tra diritto penale e ragion di Stato.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.