Israele, la Knesset approva la pena di morte e l’Ue parla di “discriminatorio”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Con 62 voti a favore, 48 contrari e un solo astenuto, il parlamento israeliano, la Knesset, ha dato il via libera definitivo alla legge che introduce la pena di morte per atti di terrorismo. Un provvedimento che, per come è stato concepito e per l’esplicita volontà dei suoi promotori, finisce per applicarsi esclusivamente ai palestinesi della Cisgiordania condannati per aver ucciso cittadini israeliani. La misura, avanzata dal partito del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, ha raccolto un fronte trasversale inaspettato: a sostenerla, in aula, sono stati non solo il premier Benjamin Netanyahu, ma anche il partito di opposizione di Avigdor Lieberman, a testimonianza di una convergenza che ha attraversato gli schieramenti, mentre una fronda interna alla coalizione, rappresentata da uno dei partiti ultraortodossi, ha scelto di votare contro.

La reazione immediata di Bruxelles: “Grande preoccupazione”

La risposta dell’Unione europea non si è fatta attendere, e si è concretizzata in una presa di posizione netta espressa dal portavoce della Commissione per gli Affari esteri, Anouar El Anouni, nel corso del quotidiano briefing con la stampa. Per Bruxelles, l’approvazione della legge rappresenta “un motivo di grande preoccupazione”, un giudizio che si inserisce in un contesto di crescente tensione diplomatica con lo Stato ebraico. La valutazione di fondo, espressa già nelle scorse settimane con una dichiarazione congiunta firmata dai ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito, è che si tratti di un passo indietro in materia di diritti: una misura che, per la sua natura selettiva, viene bollata come “discriminatoria”. Le voci delle organizzazioni per i diritti umani, che avevano messo in guardia contro il rischio di introdurre una giustizia differenziata su base etnica o nazionale, non sono state ascoltate dall’aula di Gerusalemme.

Una giustizia differenziata al centro del dibattito politico italiano

A sollevare il tema con particolare enfasi è stato anche lo schieramento politico italiano, con una nota che porta la firma dell’europarlamentare e membro della segreteria del Partito Democratico, Sandro Ruotolo. La sua analisi si concentra sull’aspetto più controverso del provvedimento, ovvero l’introduzione di un meccanismo che colpisce “una parte specifica della popolazione”, configurando – secondo la sua lettura – una giustizia differenziata che si basa sull’appartenenza etnica o nazionale. Ruotolo, in una dichiarazione diffusa da Milano, ha definito la decisione della Knesset “gravissima” e ha sottolineato come essa rappresenti “un punto di rottura definitivo rispetto ai principi fondamentali del diritto internazionale e dei diritti umani”. Un giudizio che, al di là delle posizioni partitiche, riflette l’imbarazzo di molti governi europei di fronte a una scelta legislativa che allontana ulteriormente la prospettiva di una soluzione fondata sul diritto internazionale.

La geografia globale della pena capitale e il precedente israeliano

Con l’approvazione di questa legge, Israele si inserisce in un contesto internazionale complesso, quello dei Paesi che prevedono la pena di morte nei propri ordinamenti. Attualmente sono oltre cinquanta gli Stati che mantengono in vigore la pena capitale e che la eseguono, con una casistica che vede spiccare la Cina e numerosi Paesi dell’area afro-asiatica, dove il numero di esecuzioni registrato è tra i più alti al mondo. Tuttavia, il caso israeliano presenta una peculiarità che lo distingue da molti altri: l’applicazione della pena non è generale, ma viene declinata in base al territorio di provenienza dell’imputato (la Cisgiordania) e alla natura del reato (attentati terroristici mortali). Se da un lato gli Stati Uniti, con il presidente Trump alla Casa Bianca, hanno dichiarato di rispettare il diritto sovrano di Israele di determinare il proprio sistema giudiziario, dall’altro l’Unione europea ha chiarito che questa scelta costituisce un vulnus difficile da ricomporre nel quadro delle relazioni bilaterali.

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