Israele, la Knesset approva la legge sulla pena di morte per i “terroristi”: un diritto penale del nemico che divide coscienza e democrazia
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Redazione Esteri
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È una legge che, per dirla con le parole di Sergio D’Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino, trasforma Israele “dallo Stato di diritto, che punisce i reati, a uno Stato etnico che usa la morte come vendetta contro il nemico giurato”. L’approvazione, avvenuta lo scorso 30 marzo con 62 voti favorevoli e 48 contrari, della modifica alla legislazione penale nota come “pena di morte per i terroristi”, non rappresenta solo un fatto giudiziario, ma una cesura ideologica che rischia di minare le fondamenta stesse del carattere democratico del paese. L’emendamento, sostenuto con forza dal ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e votato anche dal primo ministro Benjamin Netanyahu, crea di fatto un doppio binario giuridico: uno per i cittadini israeliani e uno, ben più severo, per i palestinesi della Cisgiordania occupata. In questo secondo caso, i tribunali militari – che vantano un tasso di condanna superiore al 99 per cento per gli imputati palestinesi – possono ora emettere la condanna capitale come pena predefinita per omicidi considerati “atti terroristici”, con l’esecuzione prevista entro 90 giorni dalla sentenza e nessuna possibilità di grazia.
Il cuore della controversia, come sottolineato anche da Amnesty International nella voce della sua alta direttrice Erika Guevara-Rosas, risiede nell’estrema selettività e nella discriminazione strutturale che la norma codifica. Mentre in Israele e nella Gerusalemme Est annessa la legge si applica a chiunque uccida con lo scopo di “negare l’esistenza dello Stato di Israele” – un criterio ideologico che di fatto esclude i terroristi ebrei – in Cisgiordania il quadro è ancora più draconiano. Qui il ministro della Difesa decide se un imputato palestinese sarà giudicato da un tribunale civile o militare, dove la pena di morte diventa la regola e l’ergastolo l’eccezione da concedere solo in “circostanze speciali”. Guevara-Rosas ha parlato di una “pubblica manifestazione di crudeltà, discriminazione e profondo disprezzo per i diritti umani”, osservando come l’approvazione sia avvenuta nello stesso mese in cui l’esercito ha archiviato le accuse contro soldati accusati di violenza sessuale su un detenuto palestinese. La direttrice ha inoltre ricordato come l’applicazione della legge nei Territori palestinesi occupati potrebbe configurare un vero e proprio crimine di guerra, una violazione del diritto alla vita che non può essere giustificata nemmeno dallo stato di emergenza.
Se il governo israeliano difende la misura come necessaria per la deterrenza, le reazioni non si sono fatte attendere né sul piano interno né su quello internazionale. L’Associazione per i diritti civili in Israele ha già presentato una petizione alla Corte Suprema, sostenendo che il parlamento ha legiferato senza autorità sulla Cisgiordania e che la norma viola le leggi fondamentali dello Stato vietando disparità arbitrarie. All’opposizione, il deputato ed ex vicedirettore del Mossad Ram Ben Barak ha denunciato un sistema a doppio binario, affermando che “Hamas ci ha sconfitto, perché abbiamo perso tutti i nostri valori”. A dare voce a questa opposizione si è aggiunto anche il mondo della giurisprudenza italiana: i magistrati di “Area” hanno definito la scelta “un vero e proprio obbrobrio giuridico, in aperta violazione dei principi fondamentali del diritto”, sottolineando l’ipotesi di una applicazione retroattiva e selettiva della pena capitale.
La tensione ha immediatamente travalicato i confini dell’aula parlamentare, riversandosi nelle strade della Cisgiordania. Il 1° aprile, su appello del movimento Fatah e delle forze nazionali e islamiche, scioperi generali e manifestazioni hanno paralizzato città come Ramallah e Hebron, con negozi chiusi e strade deserte. I palestinesi scesi in piazza hanno contestato una legge che, nelle loro parole, “non spezzerà la volontà del nostro popolo”, ma che anzi rischia di legittimare esecuzioni sommarie sotto mentite spoglie legislative. D’altro canto, la comunità internazionale ha espresso una condanna netta ma, per ora, priva di conseguenze concrete. Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Australia hanno firmato una dichiarazione congiunta per esortare Israele a desistere, mentre l’Unione europea, pur definendo il passo “un chiaro passo indietro” rispetto al rispetto dei diritti umani, ha ammesso l’assenza di consenso per sospendere l’accordo di associazione. In questo vuoto di reazioni incisive, la legge rimane in piedi, simbolo di un’idea di giustizia che sembra aver abbandonato la logica della bilancia per abbracciare quella del contrappasso.
L’eredità di Eichmann e il “colpo di Stato sistemico”
A rendere l’approvazione ancor più paradossale è il contesto storico: Israele, che dal 1962 non eseguiva alcuna condanna capitale da quando impiccò il criminale nazista Adolf Eichmann, si pone ora controcorrente rispetto a una tendenza mondiale che vede 113 paesi aver abolito la pena di morte per tutti i crimini. Sergio D’Elia, in un editoriale, aveva già messo in guardia contro questa deriva, ricordando come uno Stato di diritto sia tale solo se ha la forza di essere, “di fronte al male assoluto e al peggiore degli assassini, uno Stato di vita non uno Stato di morte”. La sua associazione, Nessuno tocchi Caino, ha parlato di “rivalsa dello Stato etnico-religioso”, un passo che oltrepassa “all’indietro la dimensione già retrograda dello Stato etico”. Questo processo, che molti giuristi definiscono un “colpo di Stato sistemico”, si inserisce in un clima di guerra che ha intensificato la spinta verso l’adozione di norme che calpestano i principi liberali, facendo della vendetta un surrogato della giustizia. Una giustizia, quella della spada, che non lascia spazio alla “vendetta mite” invocata da Albie Sachs o alla possibilità di rompere la catena perpetua di delitti e castighi che, come ammonito da D’Elia, finisce per rendere il diritto simile al delitto.




