Napoli e Ramallah, la mobilitazione contro la pena di morte voluta dalla Knesset
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Redazione Esteri
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Si è levato anche da Napoli, ieri, un grido chiaro che attraversa il Mediterraneo e si sovrappone alle voci di protesta che da giorni risuonano in Cisgiordania. La città partenopea ha risposto all’appello lanciato dai Giovani palestinesi e da una rete di associazioni, portando in piazza parlamentari e giuristi per dire no alla legge approvata nei giorni scorsi dal Parlamento israeliano, la Knesset, che introduce di fatto la pena capitale per atti di terrorismo commessi da palestinesi. Un corteo, quello partito da piazza del Nettuno, che ha visto la partecipazione di oltre duecento persone, le quali hanno voluto simbolicamente bloccare il traffico del centro per attirare l’attenzione su quella che viene definita una svolta legislativa senza precedenti.
I numeri del voto e i dettagli della nuova normativa
La legge in questione, passata in ultima lettura con un margine risicato ma significativo – 62 voti a favore e 47 contrari – ha ottenuto anche il sostegno del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha espresso pubblicamente il proprio favore. Il testo normativo, che ha suscitato un’ondata di critiche a livello internazionale, prevede la possibilità di infliggere la pena di morte a chiunque “causi intenzionalmente la morte di una persona nell’ambito di un atto di terrorismo, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Una formulazione, questa, che secondo i critici apre scenari giuridici complessi, soprattutto alla luce della specificità del quadro giudiziario nei territori, dove per i palestinesi operano tribunali militari. La mobilitazione a Napoli, promossa dalla Rete Napoli per la Palestina e dal Centro culturale Handala Ali, non è stata solo una protesta di piazza, ma ha assunto i contorni di un vero e proprio confronto tecnico, con la partecipazione di esponenti del mondo forense e politico locale, i quali hanno sottolineato le contraddizioni insite in un provvedimento che di fatto introduce una disparità di trattamento.
La Cisgiordania si ferma, lo sciopero generale di Ramallah
Mentre a Napoli la folla si radunava, in Cisgiordania la tensione si misurava con il silenzio delle strade. A Ramallah, come in altri centri, lo sciopero generale indetto per protesta ha trasformato il centro urbano in un luogo deserto: negozi abbassati per sempre, saracinesche abbassate e strade deserte hanno segnato il rifiuto categorico della popolazione palestinese. I cittadini scesi in piazza hanno denunciato la misura come discriminatoria, sottolineando come l’applicazione della legge sembri pensata esplicitamente per i detenuti palestinesi ritenuti colpevoli di atti di terrorismo, in particolare per coloro che risiedono a Gaza e nella West Bank. Lo striscione che campeggiava in testa al corteo bolognese, “No alla pena di morte per i partigiani palestinesi”, riecheggia idealmente le parole di chi, in Medio Oriente, teme che questa normativa rappresenti una pericolosa escalation nel trattamento dei prigionieri.
Piazze italiane e critiche alla disparità di trattamento
Il filo rosso che unisce Napoli, Bologna e Ramallah è la contestazione di una legge che molti giuristi ritengono basarsi su un principio di disparità. Non si tratta solo di una questione di principio legata all’abolizione della pena capitale, ma di una critica più sottile che riguarda l’impalcatura giuridica stessa. La normativa, infatti, pur essendo scritta in termini generali, trova applicazione pratica quasi esclusivamente nei confronti dei palestinesi, che vengono processati da corti militari, mentre i cittadini israeliani restano soggetti alla giurisdizione civile. Questo aspetto ha alimentato il dibattito tra gli esperti del diritto presenti anche alla manifestazione napoletana, i quali hanno evidenziato come la definizione di “atto di terrorismo” legato all’intento di negare l’esistenza dello Stato rischi di trasformare un reato comune in un reato politico, con conseguenze definitive sulla vita dei condannati. La mobilitazione, che ha visto convergere forze politiche diverse e realtà associative, ha così trasformato la piazza in un osservatorio privilegiato sulle implicazioni di una svolta legislativa che, a giudicare dalla vastità delle proteste, non lascia indifferenti né in Italia né nei territori palestinesi.




