Sigone 2025, la sovranità italiana tra il precedente del 1985 e le nuove rotte di Meloni
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Redazione Interno
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Quella notte di 41 anni fa, il no di Craxi a Reagan – un gesto di orgoglio nazionale esibito al cospetto del gigante americano – torna a essere evocato con una puntualità che rasenta l’ossessione per il precedente storico, come se il presente non bastasse a se stesso e avesse bisogno, per essere legittimato, di specchiarsi in ciò che già accadde. Così, una vicenda contemporanea ambientata a Sigonella viene immediatamente etichettata come «un’altra Sigonella», un richiamo che finisce per appiattire la complessità di due contesti profondamente diversi, sebbene entrambi caratterizzati dalla difesa della sovranità nazionale. Nel 1985, quella sovranità si manifestava in termini fisici, quasi geografici: chi controllasse una pista, chi avesse giurisdizione sugli uomini a bordo di un aereo, chi potesse opporsi al dispiegamento della forza altrui su un lembo di territorio italiano. Oggi, a distanza di oltre quattro decenni, il nodo si è fatto più rarefatto ma non meno cruciale, spostandosi sul piano strategico: la posta in gioco, ora, è chi decide se una base militare italiana possa trasformarsi, logisticamente, in un ingranaggio di una guerra lontana.
Il governo italiano tra il no dichiarato e le richieste in arrivo
Dalla base siciliana, dunque, arriva un primo, chiaro segnale: un veto all’utilizzo dello scalo per il decollo o il transito di velivoli destinati a operazioni belliche, una linea rossa tracciata con decisione. È un atto che, per certi versi, appare quasi dovuto, ma che rivela una strategia politica precisa: la volontà di esibire all’opposizione – quella che accusa la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, di una remissività sconfinata, se non di un vero e proprio servilismo verso l’alleato d’oltreoceano – la prova che l’esecutivo, quando è in gioco l’interesse nazionale, sa tenere la schiena dritta. Eppure, il quadro resta in movimento, perché il veto odierno non esaurisce le possibili evoluzioni della crisi. La linea del governo, nella sua interezza, rimane ancora tutta da decifrare: se arrivassero ulteriori richieste dagli Stati Uniti – una nuova amministrazione, quella di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca – l’Italia si troverebbe davanti a un bivio. La premier ha promesso che sarà il Parlamento a decidere, un’indicazione di metodo che sposta il baricentro decisionale sull’emiciclo, anche se, nella pratica, sarà comunque l’esecutivo a dare l’impronta politica a quella scelta.
Il precedente del 1985: un gesto di orgoglio in un clima diverso
Il celebre episodio del 1985, quello in cui Bettino Craxi oppose un rifiuto netto a Ronald Reagan, rappresenta un’icona difficile da ignorare. In quel frangente, il presidente del Consiglio italiano si fece garante di un principio di non negoziabilità: far rispettare la sovranità nazionale da chicchessia, anche dall’amico più potente. Fu un gesto di orgoglio, compiuto in un contesto storico segnato dalla guerra fredda ma anche da una precisa architettura dei poteri interni. Oggi, il gesto di Meloni – che per la prima volta, in questa vicenda, sembra essersi smarcata da Trump – appare ispirato da un calcolo altrettanto preciso. Non si tratta solo di un atto dovuto, ma di una mossa calibrata per rispondere a una narrazione politica interna, quella di una maggioranza che deve costantemente dimostrare di non essere succube dell’alleato americano. Nel farlo, il governo ha scelto un terreno – quello del controllo operativo delle basi – storicamente sensibile e carico di implicazioni giuridiche e diplomatiche.
Le basi italiane al centro del confronto politico e istituzionale
Mentre si dipana il confronto a distanza tra Roma e Washington, il fronte interno si prepara ad accendere i riflettori sul tema. La richiesta, avanzata da diversi gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione, di fare chiarezza sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle forze armate statunitensi ha trovato una risposta concreta dal governo. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ha formalizzato la disponibilità del ministro della Difesa, Guido Crosetto, a riferire in Aula. L’informativa – un appuntamento che si preannuncia denso di interrogativi – è stata calendarizzata per martedì 7 aprile, offrendo così alla Camera l’occasione per un dibattito che, inevitabilmente, farà da contrappunto alle scelte compiute in queste ore. Sarà quel momento il banco di prova per verificare se la linea tracciata a Sigonella rappresenti un unicum contingente o l’inizio di una ridefinizione più ampia dei termini dell’alleanza, in un equilibrio dove la sovranità nazionale, fisica ieri, strategica oggi, continua a rappresentare il perno attorno a cui ruota la tenuta del patto atlantico.




