Il no di Sigonella, la notte in cui Roma ha detto stop ai bombardieri americani
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Redazione Interno
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La notte del diniego, quella in cui l’Italia ha messo un freno alla scalata militare americana nel Mediterraneo, si è consumata tra comunicazioni riservate e scelte rapide. Era passata da poco la mezzanotte di domenica quando il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha contattato direttamente la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per aggiornarla su quanto stava accadendo negli uffici di via XX Settembre. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, era stato appena informato dall’Aeronautica Militare di un piano di volo particolare: alcuni bombardieri statunitensi, già in aria, avevano programmato un atterraggio tecnico nella base di Sigonella, in Sicilia, per poi proseguire verso il Medio Oriente. Il problema, sostanziale, era che nessuno aveva chiesto il permesso.
La procedura prevede che qualsiasi operazione non coperta dagli accordi bilaterali standard venga negoziata a livello politico-diplomatico. In questo caso, invece, la comunicazione era arrivata a cose fatte, con i velivoli già in volo e senza una consultazione preventiva con i vertici militari italiani. Crosetto, appena messo al corrente dal generale Portolano, non ha avuto esitazioni: le verifiche successive avevano escluso che si trattasse di voli logistici ordinari, e quindi l’autorizzazione è stata negata. Il ministro, che proprio nei giorni precedenti aveva ribadito in Parlamento la necessità di valutare caso per caso ogni richiesta d’uso delle basi per operazioni non convenzionali, ha dato mandato di comunicare il “no” al comando americano.
L’eco di quella notte ha inevitabilmente evocato un precedente storico. Stefania Craxi, oggi presidente dei senatori di Forza Italia, ha rivendicato la continuità di una certa idea di sovranità nazionale, quella che suo padre, Bettino Craxi, impose nel 1985 quando si oppose alle pressioni di Ronald Reagan per consegnare i dirottatori dell’Achille Lauro. Se allora si trattò di uno scontro diretto tra militari italiani e americani sulla pista di Sigonella, oggi il contesto è differente, ma il principio resta invariato: l’alleanza con Washington, ha osservato Craxi, non può mai trasformarsi in sudditanza. Il no ai bombardieri, quindi, non va letto come un atto ostile nei confronti dell’amministrazione guidata da Donald Trump, ma come un’affermazione di principio che trova le sue radici nella necessità di difendere l’interesse nazionale.
Il governo, dal canto suo, ha cercato immediatamente di smorzare i toni. Palazzo Chigi ha fatto sapere che l’Italia agisce nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti, specificando che non c’è stata alcuna modifica nella linea politica o nell’utilizzo delle basi. Crosetto, dal canto suo, ha tenuto a precisare che “le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato”, attribuendo la vicenda a una questione procedurale più che politica. Tuttavia, il fatto che la richiesta fosse arrivata senza un preavviso formale ha messo in luce una certa rigidità nel modus operandi americano, che Roma ha scelto di non assecondare. A pesare, in questa valutazione, c’è stato anche il contesto internazionale: l’Italia non è in guerra e non intende entrarci, un concetto ribadito più volte dall’esecutivo anche dopo l’inizio delle operazioni militari contro l’Iran.
Il peso dell’eredità e l’attesa in Parlamento
Quella che poteva sembrare una semplice vertenza tecnica si è rapidamente trasformata in un caso politico di primo piano, capace di riaccendere il dibattito sui limiti dell’alleanza atlantica. L’opposizione, con il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle in testa, ha subito chiesto che il governo riferisse in Parlamento per chiarire la portata della decisione. Elly Schlein ha definito il gesto “doveroso” ma ha sottolineato come non possa rimanere un episodio isolato, chiedendo che diventi una linea politica chiara. I pentastellati, più aggressivi, hanno parlato di un tentativo di bypassare le istituzioni italiane, accusando l’amministrazione Trump di aver trattato l’Italia come un Paese vassallo, chiedendo autorizzazioni a cose fatte.
Dall’altra parte dell’oceano, la reazione di Washington è stata gestita con cautela, almeno ufficialmente. Non risultano dichiarazioni pubbliche di Trump, che pure in passato non ha esitato a usare toni bruschi con gli alleati recalcitranti. La prudenza di Roma, in questo frangente, si spiega con la necessità di mantenere un equilibrio sottile. Da un lato, c’è la volontà di riaffermare la sovranità nazionale, un principio caro a Giorgia Meloni, che in passato ha spesso criticato i governi precedenti per la loro supposta debolezza. Dall’altro, la consapevolezza che il rapporto con gli Stati Uniti rimane un pilastro della politica estera italiana, soprattutto in un momento di forte instabilità internazionale. La mossa di Crosetto, quindi, non è stata uno strappo, ma una dimostrazione di forza calibrata, tesa a ristabilire un perimetro di rispetto reciproco che la procedura americana aveva forse dato per scontato.
Il precedente Craxi e la continuità della sovranità
Il richiamo al 1985, in questo contesto, non è stato solo retorico. La base di Sigonella, per la sua posizione strategica nel cuore del Mediterraneo, rappresenta da decenni un punto nevralgico per le operazioni militari statunitensi. Quarantuno anni fa, la decisione di Bettino Craxi di opporsi a Reagan scongiurò un’escalation che avrebbe potuto avere conseguenze incalcolabili. Oggi, il gesto del governo Meloni, seppur limitato al mancato rifornimento di alcuni bombardieri, ripropone il tema del rapporto tra lealtà atlantica e autonomia decisionale. Stefania Craxi, commentando la vicenda, ha tagliato corto con chi parlava di sorpresa: per lei, l’atteggiamento del governo è sempre stato lo stesso, ispirato al reciproco rispetto e alla difesa del diritto internazionale.
L’Italia, infatti, continua a garantire agli Stati Uniti l’uso delle proprie basi per le attività coperte dai trattati, ma ha dimostrato di essere pronta a dire di no quando le procedure vengono saltate. Questo approccio, se da un lato mette in ombra la retorica dell’abbraccio mortale tra Meloni e Trump, dall’altro solleva interrogativi su come verranno gestite eventuali future richieste operative. La vicenda è destinata ad approdare in Parlamento, dove la premier sarà chiamata a fare chiarezza. L’obiettivo del governo, evidente in queste ore, è evitare che il caso si trasformi in una crepa diplomatica, limitando il danno politico interno e rassicurando l’alleato d’oltreoceano che la linea di Roma non è cambiata. La decisione di negare l’atterraggio è stata una dimostrazione di forza, ma anche un segnale preciso: gli Stati Uniti possono contare sull’alleanza italiana, ma non possono dare per scontato l’uso del territorio nazionale al di fuori delle regole condivise.




