Crosetto nega l’uso di Sigonella agli Stati Uniti: il piano dei bombardieri era già in volo quando l’Italia ha detto no

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione tra Roma e Washington torna a passare attraverso la pista di una base militare in territorio italiano, e lo fa con una dinamica che mescola protocolli alleati, tempistiche serrate e un precedente storico destinato a riaffiorare. Qualche giorno fa, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha negato agli Stati Uniti l’autorizzazione a utilizzare la base di Sigonella, in Sicilia. Un diniego che, a differenza di quanto potrebbe suggerire una prima lettura, non è maturato in un contesto di contrapposizione frontale, bensì in una sequenza procedurale in cui il margine di manovra per l’Italia si è rivelato, di fatto, inesistente. A confermare la ricostruzione – inizialmente riportata dal Corriere della Sera – sono fonti informate secondo le quali il via libera richiesto da Washington è arrivato quando alcuni bombardieri erano già in volo, con un piano operativo che prevedeva lo scalo a Sigonella prima di proseguire verso il Medio Oriente. È stato a quel punto, venuto a conoscenza della pianificazione già in atto, che Crosetto ha esercitato il veto.

La richiesta che non c’era: il nodo delle procedure tra accordi bilaterali e tempistiche

La vicenda, per essere compresa, va inquadrata nel labirinto normativo che da decenni regola la presenza militare statunitense sul suolo italiano. Un sistema di accordi – dal Nato Sofa del 1951 al Bilateral infrastructure agreement del 1954, aggiornato nel 1973 e infine attualizzato con il Memorandum d’intesa del 1995 – che impone una preventiva condivisione delle operazioni da parte del governo italiano. Il punto, in questo caso, non è tanto la natura del diniego quanto il fatto che la richiesta formale da parte del Comando Usa sia stata formalizzata solo quando gli asset aerei erano già in avvicinamento. Una tempistica che ha lasciato il ministro della Difesa senza alternative: negare l’autorizzazione, perché il preventivo accordo – elemento centrale nella gestione delle infrastrutture militari concesse in uso agli alleati – era stato di fatto aggirato da una pianificazione operativa unilaterale.

Un precedente che torna alla memoria: Sigonella, Craxi e la crisi del 1985

Impossibile, in una simile circostanza, non richiamare il precedente che più di ogni altro ha segnato la storia della base siciliana. Era l’ottobre del 1985 quando un aereo militare statunitense con a bordo i sequestratori della nave da crociera Achille Lauro – responsabili dell’omicidio del passeggero ebreo-americano Leon Klinghoffer – atterrò a Sigonella. Il presidente del Consiglio di allora, Bettino Craxi, ordinò ai carabinieri italiani di opporsi fisicamente al tentativo della Delta Force di prendere in custodia i terroristi palestinesi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, sfidando apertamente la volontà del presidente Ronald Reagan. Quella notte, sulla pista siciliana, il Patto Atlantico subì una delle sue più gravi tensioni interne, con i militari italiani e americani che si fronteggiarono a pochi metri di distanza, mentre il governo italiano rivendicava la propria sovranità territoriale davanti a una Casa Bianca che si aspettava una collaborazione incondizionata.

Un episodio diverso, ma lo stesso punto di frizione tra sovranità e operatività alleata

L’episodio di questi giorni, per quanto richiami inevitabilmente alla memoria quello scontro del 1985, presenta contorni diversi. Non ci sono, in questo caso, terroristi in fuga né ordigni puntati sulla pista; ciò che emerge è piuttosto una frattura procedurale, in cui gli Stati Uniti hanno agito presumendo l’automaticità di un consenso che l’Italia, per ragioni di calendario e di prassi, non aveva ancora formalmente concesso. La decisione di Crosetto, di fatto, ha ribadito che l’utilizzo delle basi italiane non può prescindere dal rispetto dei canali diplomatici e militari stabiliti, anche quando a muoversi è l’alleato principale all’interno della Nato. Il fatto che i bombardieri fossero già in volo al momento della richiesta ufficiale ha reso inevitabile una risposta negativa: autorizzare un atterraggio dopo che la pianificazione operativa era già in corso avrebbe rappresentato una sostanziale rinuncia alla prerogativa italiana di controllo sulle proprie infrastrutture.

Un diritto di veto che non è una rottura, ma una clausola del sistema di alleanza

Sull’onda della notizia, si è subito parlato di una crisi diplomatica imminente, di un gesto di autonomia politica del governo Meloni nei confronti dell’amministrazione Trump. La realtà, come spesso accade in queste dinamiche, è più sfumata. Il veto di Crosetto non costituisce una novità in termini di volontà politica, ma l’applicazione di un principio che l’Italia ha sempre rivendicato: le basi militari sul proprio territorio – Sigonella in testa – non possono trasformarsi in piattaforme operative a uso esclusivo americano senza che vi sia un accordo preventivo. Se nel 1985 Craxi dovette opporsi fisicamente alla volontà di Reagan, oggi la frizione si è consumata in una comunicazione tra apparati, con un ministro della Difesa che ha fatto rispettare le procedure. Resta sullo sfondo il dato di fondo: Sigonella, da sempre snodo strategico per le operazioni statunitensi nel Mediterraneo e verso il Medio Oriente, continua a rappresentare un punto sensibile nella gestione dell’alleanza atlantica, dove i tempi della diplomazia e quelli delle operazioni militari rischiano periodicamente di entrare in collisione.

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