Giorgia Meloni e il no di Sigonella: il governo nega la base ai caccia Usa, ma resta il nodo delle richieste future
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Redazione Interno
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Il flashback è inevitabile, quasi un riflesso condizionato della memoria politica nazionale: il 1985, Bettino Craxi che fronteggiava gli Stati Uniti sulla pista di Sigonella, imponendo la sovranità italiana con i carabinieri schierati contro la Delta Force. La scena che si è consumata nei giorni scorsi, però, pur evocando quella iconica notte di ottobre, appartiene a un contesto profondamente diverso, segnato da procedure mancate piuttosto che da sfide frontali alla potenza americana. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha opposto un secco veto all’utilizzo della base siciliana da parte di alcuni bombardieri statunitensi, diretti verso il teatro di guerra mediorientale dopo un rifornimento programmato nello scalo etneo. Il fulcro della decisione, a quanto emerge, non sarebbe stato tanto il contenuto “offensivo” della missione – sebbene questo abbia certamente pesato nella valutazione politica – quanto la violazione delle procedure diplomatiche e militari che regolano l’uso delle installazioni italiane da parte dell’alleato.
La ricostruzione dei fatti, anticipata dal Corriere della Sera e confermata da fonti istituzionali, delinea un quadro tecnico piuttosto chiaro. I velivoli americani, partiti da basi nel Regno Unito, avrebbero dovuto effettuare un pit stop a Sigonella, una delle infrastrutture più strategiche per il controllo del Mediterraneo centrale, prima di proseguire verso le operazioni contro l’Iran. Il problema è sorto quando l’esecutivo italiano ha rilevato che la richiesta di atterraggio, per i velivoli già in volo, non era stata preventivamente autorizzata secondo quanto previsto dagli accordi bilaterali, in larga parte ancora coperti da segreto di Stato. Una circostanza, questa, che ha fatto scattare il meccanismo di verifica da parte dello Stato Maggiore della Difesa, portando alla conclusione che le operazioni in questione non rientravano nelle categorie logistiche o addestrative automaticamente coperte dai trattati, bensì in quelle cosiddette “cinetiche”, per le quali è necessaria un’autorizzazione esplicita del governo italiano.
L’equivoco del precedente e la posizione di Forza Italia
A gettare acqua sul fuoco dei facili parallelismi con la crisi dell’Achille Lauro ci ha pensato, con parole misurate, Stefania Craxi. La capogruppo di Forza Italia al Senato, figlia di quel Bettino che quarant’anni fa fece circondare l’aereo dei dirottatori dai carabinieri, ha voluto smarcare l’attualità dalla retorica di una presunta seconda “notte di Sigonella”. La sua lettura, sorprendentemente lucida nel contesto di un governo che cerca di bilanciare atlantismo e autonomia, si concentra sulla differenza sostanziale tra i due episodi: allora si trattava di una disputa sulla giurisdizione penale e sulla consegna di terroristi, oggi invece è in gioco la definizione dei limiti operativi concessi a un alleato in tempo di guerra. Craxi ha definito “giusta” la decisione di Crosetto, ribadendo un principio che per Forza Italia rappresenta un dogma: “Siamo atlantisti ma non subalterni”. Le basi, ha spiegato la senatrice, sono concesse per operazioni della Nato e per supporto logistico, non per azioni offensive non autorizzate, e in questo caso le richieste degli Stati Uniti avrebbero oltrepassato i confini fissati dagli accordi.
La precisazione, lungi dall’essere un dettaglio tecnico, illumina la natura del contendere. Il governo, nel respingere i bombardieri, ha applicato alla lettera le clausole degli accordi che riservano a Roma il diritto di veto su qualsiasi attività che esuli dal semplice transito o rifornimento di routine. Una linea, questa, che era già stata anticipata dallo stesso Crosetto a inizio marzo nelle comunicazioni alle Camere, quando aveva specificato che l’Italia autorizza le attività di “supporto non cinetiche”, escludendo di fatto il coinvolgimento diretto in missioni di bombardamento. In quest’ottica, il veto non rappresenterebbe tanto una scelta politica contro l’amministrazione Trump – con cui Giorgia Meloni ha costruito un rapporto personale solido – quanto l’applicazione rigorosa di un quadro normativo che, per la prima volta, viene fatto valere in modo così netto in una fase di conflitto attivo.
La nuova strategia di Palazzo Chigi e il ruolo del Parlamento
Eppure, al di là della corretta esecuzione burocratica degli accordi, il gesto assume un peso politico difficilmente sottovalutabile. Per la prima volta dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, Giorgia Meloni sembra aver operato un distacco, seppur “soft” come lo definiscono le cronache, dall’alleato americano. La premier, che nelle scorse settimane aveva definito la guerra in Iran “al di fuori del diritto internazionale”, si trova ora a gestire una frattura sottile ma significativa con Washington, in un momento in cui anche altri partner europei – dalla Spagna di Pedro Sánchez alla Francia di Emmanuel Macron – hanno adottato posture di chiusura verso le richieste militari statunitensi. La differenza, rispetto a Madrid o Parigi, sta nella natura dei rapporti: Meloni è considerata una delle leader europee più vicine a Trump, e proprio per questo la mossa su Sigonella, per quanto circoscritta, viene letta come un tentativo di ricostruire un’identità autonoma dopo mesi di allineamento quasi incondizionato.
La partita, però, è solo all’inizio. Il veto ai bombardieri già in volo rappresenta un caso relativamente semplice, risolto con un richiamo alle procedure violate. La questione più complessa, quella che il governo dovrà affrontare a breve, riguarda le eventuali richieste future. Se gli Stati Uniti, regolarizzando la procedura, dovessero chiedere formalmente l’autorizzazione per utilizzare Sigonella come scalo per operazioni di guerra, l’Italia si troverebbe di fronte a una scelta politica ben più pesante di un semplice diniego per vizi formali. In questo scenario, la premier ha già annunciato che sarà il Parlamento a decidere, promettendo un coinvolgimento delle Camere su una materia che tocca il cuore della politica estera e della sovranità nazionale. Una precisazione, questa, che scarica almeno in parte la pressione sull’esecutivo, spostando il baricentro della responsabilità sull’aula.
Sigonella, un hub strategico tra diritto e geopolitica
La base di Sigonella, del resto, non è uno scalo qualsiasi. Situata nella piana di Catania, è definita spesso la “portaerei del Mediterraneo”, un hub logistico e di intelligence fondamentale per la Nato e per la presenza militare statunitense nel Nord Africa e in Medio Oriente. Ospita velivoli di sorveglianza, droni MQ-9 Reaper e pattugliatori marittimi, e la sua gestione è condivisa tra l’Aeronautica militare italiana e la Marina americana, in un intrico di competenze che rende ogni operazione particolarmente delicata. La sua natura “mista” e la posizione geografica strategica l’hanno resa, negli ultimi decenni, un punto di riferimento per le evacuazioni di personale diplomatico e per le missioni di intelligence, ma anche un simbolo delle tensioni latenti che possono emergere quando gli interessi degli alleati non coincidono perfettamente.
Proprio per questo, la gestione del caso Sigonella da parte del governo Meloni sarà osservata con attenzione sia a Washington che nelle cancellerie europee. Il veto di questi giorni ha rivelato l’esistenza di margini di manovra – gli accordi segretati, le procedure non rispettate – che hanno permesso a Roma di dire di no senza rompere apertamente con l’amministrazione Trump. Ma la promessa di un coinvolgimento parlamentare per il futuro indica che la partita non è chiusa. La maggioranza, chiamata a esprimersi su una questione di politica estera così calda, dovrà trovare una sintesi tra la fedeltà atlantica, che rimane un pilastro della strategia del centrodestra, e la necessità di non apparire come un mero avamposto militare in un conflitto che in Italia gode di scarso consenso popolare. Il governo ha dimostrato di saper usare le regole per evitare uno scontro frontale; resta da capire se, di fronte a una richiesta formale e ineccepibile dal punto di vista procedurale, saprà tenere la stessa linea.




