Sigonella, il no a Trump che rievoca la notte di Craxi
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Redazione Interno
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Il governo italiano ha detto di no a Donald Trump. Un rifiuto, quello comunicato nei giorni scorsi agli Stati Uniti, che riguarda l’utilizzo della base aerea di Sigonella, in Sicilia, e che per la sua natura – oltre che per il momento storico in cui arriva – richiama inevitabilmente alla memoria un altro episodio, avvenuto più di quarant’anni fa e destinato a segnare per sempre i rapporti tra Roma e Washington. Allora, nell’ottobre del 1985, fu Bettino Craxi a sfidare l’amministrazione Reagan, opponendosi allo sbarco dei militari americani della Delta Force che volevano mettere le mani sui terroristi palestinesi responsabili del dirottamento della nave Achille Lauro. Stavolta, invece, il veto è calato su una richiesta giunta a sorpresa dalla Casa Bianca: alcuni bombardieri – velivoli la cui capacità di fuoco li colloca ben al di fuori delle consuete operazioni logistiche – erano già in volo verso il Medio Oriente, dove il conflitto con l’Iran prosegue senza sosta, quando il governo di Giorgia Meloni ha ricevuto la comunicazione che quei velivoli intendevano effettuare uno scalo tecnico proprio a Sigonella, prima di proseguire verso il loro obiettivo.
A dare conto della vicenda, tenuta inizialmente sotto traccia ma finita inevitabilmente sulle prime pagine, è stata Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera. La dinamica, ricostruita attraverso fonti militari e istituzionali, mette in luce un aspetto procedurale tutt’altro secondario: la richiesta statunitense è arrivata a cose fatte, con i bombardieri già in rotta e senza che fosse stato attivato il necessario iter di consultazione con le autorità italiane. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, informato dall’Aeronautica, ha ritenuto di dover interpellare immediatamente il ministro della Difesa, Guido Crosetto. E da lì, la decisione: il via libera non poteva essere concesso, non solo per la mancanza di una preventiva intesa ma anche perché l’operazione in sé non rientrava nei trattati bilaterali – risalenti al 1954 e successivamente aggiornati – che regolano l’uso delle basi italiane da parte delle forze americane, limitandolo a scopi logistici e di addestramento.
Il peso della sovranità e il precedente spagnolo
Il rifiuto di Roma, insomma, non è stato letto come un gesto di rottura nei confronti dell’alleato oltreoceano ma come l’applicazione rigorosa di un principio di legalità internazionale. Lo stesso ministro Crosetto, nelle scorse settimane, aveva avuto modo di chiarire in Parlamento i paletti entro cui si muove il governo: esistono autorizzazioni tecniche per le attività ordinarie, ma ogni utilizzo diverso – soprattutto se legato ad azioni di natura offensiva – richiede una valutazione politica e, nei casi più delicati, il coinvolgimento del Parlamento. Una linea, quella tracciata da Palazzo Chigi, che la stessa presidente del Consiglio aveva ribadito, definendo il conflitto in corso come un’operazione “al di fuori del perimetro del diritto internazionale” e sottolineando la volontà italiana di non entrare in guerra.
La vicenda di Sigonella, peraltro, si inserisce in un contesto europeo di crescente nervosismo nei confronti delle politiche dell’amministrazione Trump. Solo poche ore prima del no italiano, la Spagna aveva fatto un passo ulteriore, chiudendo i propri cieli ai velivoli statunitensi impegnati nei raid contro l’Iran e negando l’uso delle basi di Rota e Morón. Una posizione, quella del governo Sanchez, che ha scatenato la reazione furiosa del presidente americano, il quale non ha esitato a minacciare ritorsioni commerciali e a mettere in discussione gli equilibri stessi dell’alleanza atlantica, lamentando la mancanza di sostegno da parte dei partner europei in un momento di crisi. In questo scenario, la scelta di Meloni – pur presentata come un adempimento tecnico – assume inevitabilmente una valenza politica, collocandosi accanto alla Spagna in un’inedita resistenza europea alle direttive di Washington.
Il richiamo alla storia: l’orgoglio di Stefania Craxi
A rendere ancora più suggestivo il parallelo con il passato ci ha pensato Stefania Craxi, figlia di Bettino, che in queste ore ha voluto commentare l’episodio con parole che suonano come un tributo a una linea di condotta che ha segnato la storia repubblicana. “Un atto patriottico quel no di mio padre all’America”, ha dichiarato, ricordando la notte in cui i militari italiani fecero cerchio attorno all’aereo fermo sulla pista di Sigonella, contrapponendosi fisicamente ai soldati della Delta Force che volevano catturare i palestinesi responsabili del sequestro della Achille Lauro. Un ricordo, quello evocato, che a distanza di decenni conserva intatta la sua forza simbolica: l’affermazione della sovranità nazionale davanti a una potenza alleata, ma che agisce in modo unilaterale.
La crisi di allora fu risolta con un compromesso che evitò lo scontro diretto, ma che consegnò all’Italia un’immagine di fermezza. Oggi, a quasi quattro decenni di distanza, i ruoli si ripropongono in una cornice geopolitica profondamente mutata. Non c’è un dirottamento, non ci sono terroristi in fuga: c’è una guerra in corso, con bombardieri che solcano il Mediterraneo diretti verso l’Iran, dove i raid statunitensi e israeliani continuano a colpire obiettivi militari. E c’è un governo italiano che, pur legato da un’alleanza privilegiata a Donald Trump, si trova a gestire la pressione di un conflitto che l’opinione pubblica europea guarda con crescente preoccupazione.
Un no “tecnico” in una fase delicata
Le reazioni ufficiali, sia da Roma che da Washington, si sono finora limitate a smorzare i toni. Palazzo Chigi ha parlato di un rapporto “solido” con gli Stati Uniti, basato su “piena e leale cooperazione”, ribadendo che ogni richiesta viene esaminata caso per caso, come sempre avvenuto in passato. Crosetto, dal canto suo, ha respinto le ricostruzioni che parlavano di un vero e proprio blocco, sottolineando che gli accordi internazionali sono chiari e che il suo compito si limita a farli rispettare. Una posizione difensiva che cerca di circoscrivere l’incidente a una mera questione procedurale, ma che appare in controtendenza rispetto alla retorica trumpiana, abituata a interpretare qualsiasi dissenso come una mancanza di lealtà.
Lo sfondo su cui si staglia questo braccio di ferro a distanza è quello di una presidenza americana che ha fatto della rottura degli schemi diplomatici tradizionali un marchio di fabbrica. Donald Trump, che da poche settimane ha ripreso possesso della Casa Bianca, non ha mai nascosto il suo disprezzo per gli alleati che, a suo giudizio, non contribuiscono in modo equo agli sforzi militari condivisi. La risposta al no italiano non si è ancora tradotta in atti concreti, ma la memoria di quanto accaduto alla Spagna – con le minacce di interrompere i rapporti commerciali – lascia intendere che la pazienza dell’amministrazione repubblicana potrebbe rivelarsi limitata. Nel frattempo, a Sigonella, la pista è rimasta vuota. Quei bombardieri, costretti a cambiare rotta, hanno proseguito il loro volo verso il Medio Oriente senza poter contare sullo scalo italiano, in una vicenda che – per quanto “tecnica” – restituisce l’immagine di un’Italia pronta a dire di no, anche all’amico più ingombrante.




