L’ultimatum di Trump: “Usa fuori dalla Nato” dopo il no italiano a Sigonella

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è un pesce d’aprile, sebbene la data – oggi, mercoledì 1 aprile – possa indurre a crederlo. Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, ha scelto le colonne del Telegraph per rilasciare una dichiarazione destinata a far tremare gli equilibri atlantici: l’uscita degli Stati Uniti dalla Nato, ha detto, è ormai “oltre ogni riconsiderazione”, una scelta definita “irrevocabile” che l’inquilino della Casa Bianca starebbe valutando con assoluta serietà. La frase, carica di una concretezza che non ammette mezzi termini, arriva a stretto giro di posta rispetto a un episodio che nei palazzi del potere americano è stato recepito come una scossa tellurica: appena quarantotto ore prima, l’Italia ha negato a Washington l’atterraggio di bombardieri sulla base di Sigonella, un diniego che nella logica dell’amministrazione Trump suona come un atto di rottura.

Una “tigre di carta” e le ragioni di una crisi annunciata

Nell’intervista rilasciata al quotidiano britannico, il presidente non ha lesinato definizioni sprezzanti nei confronti dell’Alleanza atlantica, che ha bollato come “una tigre di carta”, aggiungendo – con una sottolineatura che sembra voler trovare un terreno comune con l’avversario storico – che anche Vladimir Putin, a suo dire, ne è consapevole. La sua posizione, ha ribadito, non è mai stata di reale convinzione nei confronti del trattato di difesa collettiva, un’alleanza che oggi, di fronte alla crisi in corso, gli appare sempre più come un vincolo piuttosto che come uno scudo. Le sue parole si intrecciano con una cronaca internazionale incandescente: lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso da oltre un mese, e le ripercussioni sui prezzi globali dell’energia si fanno sentire con una pressione costante sui mercati.

Il nodo Sigonella e lo scontro trasversale nel Mediterraneo

Il rifiuto italiano, che riguardava l’atterraggio di bombardieri statunitensi nella base siciliana, rappresenta per Trump un gesto di disallineamento difficile da digerire. La crisi mediorientale, nel frattempo, continua ad alimentare lo scenario di tensione in cui queste dichiarazioni maturano. Oggi stesso, l’autorità per l’aviazione civile del Kuwait ha confermato che l’aeroporto internazionale del Paese del Golfo è stato colpito da un attacco di droni lanciati dall’Iran, un raid che ha provocato un vasto incendio ai serbatoi di carburante senza fortunatamente causare vittime. La ricostruzione ufficiale parla di droni iraniani, con il portavoce della Direzione generale dell’aviazione civile kuwaitiana che ha attribuito l’azione alla Repubblica islamica e alle fazioni armate che questa sostiene.

L’escalation in Medio Oriente e il discorso alla nazione

Il conflitto, che ha già visto i miliziani yemeniti Houthi rivendicare un nuovo attacco missilistico contro Israele – il terzo da quando si sono schierati a fianco di Teheran –, si intreccia con le scelte strategiche americane. A dare ulteriore peso alle parole di Trump, c’è la tempistica: mentre l’Iran promette, attraverso la Guida Suprema Mojtaba Khamenei, di continuare a sostenere con tutto il cuore il movimento di resistenza (in particolare Hezbollah libanese), il presidente americano ha annunciato che nelle prossime due o tre settimane la guerra si concluderà. Una previsione netta, destinata a essere illustrata alla nazione durante il discorso in programma nella notte, che Trump intende utilizzare per delineare l’ultima fase di un’operazione militare sempre più impopolare. Il ritiro dall’Alleanza atlantica, in questo contesto, non viene più presentato come una mera opzione, bensì come il naturale epilogo di una disillusione che, a detta del presidente, covava da tempo.

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