Il no di Crosetto a Sigonella e il ritorno della sovranità nei rapporti con l’America di Trump
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Redazione Interno
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Domenica sera gli uffici del ministero della Difesa vengono allertati su una possibile fuga di notizie, ma il fatto che li ha generati – la decisione di negare l’atterraggio a bombardieri statunitensi diretti in Iran – era stato preso già quarantotto ore prima. A comunicarlo al vertice del governo era stato direttamente il ministro Guido Crosetto, il quale, ricevuto il rapporto dal capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, aveva scelto di non autorizzare l’uso della base di Sigonella. I velivoli, come ricostruito dal Corriere della Sera a firma di Fiorenza Sarzanini, erano già in volo quando hanno inoltrato la richiesta; l’Aeronautica militare, verificata l’eccezionalità della missione – non trattandosi di voli logistici – aveva immediatamente sollevato il caso al vertice militare. È stato quel passaggio, quello in cui la prassi si scontra con l’urgenza operativa, a determinare l’intervento diretto del ministro. Nessuna esitazione, stando a quanto trapela dagli ambienti di Palazzo Baracchini, sulla necessità di applicare il protocollo: senza autorizzazione preventiva e senza il necessario vaglio parlamentare per operazioni che esulano dagli accordi bilaterali, il via libera non poteva esserci.
“L’amicizia non può essere servitù”. La citazione, che non è letterale e per la quale non esiste un documento ufficiale che la certifichi in questa forma, torna a riecheggiare nei corridoi della politica romana. Il concetto, per chi ha memoria storica, è quello espresso dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi nel pluricitato affaire Achille Lauro-Sigonella del 1985. Oggi quell’espressione, e la presa di posizione contro la volontà statunitense di esercitare giurisdizione in territorio italiano, sono tornate di straordinaria attualità. E a richiamarle, con una certa enfasi, è stata proprio Stefania Craxi, da cinque giorni presidente dei senatori di Forza Italia, la quale ha rivendicato la continuità di una postura nazionale: “Alleati ma nel reciproco rispetto”, ha detto, tagliando corto sulle facili retoriche del “ritorno di fiamma”. Il paragale storico, sebbene implicito, è stato dunque accolto da una parte della maggioranza come un simbolo di fermezza, mentre sullo sfondo si muove la delicata gestione del rapporto con la nuova amministrazione Trump – che dall’altra parte dell’Atlantico non ha gradito le restrizioni imposte dagli alleati europei, come dimostrano le recenti accuse pubbliche rivolte a Francia e Spagna per analoghi blocchi nei loro spazi aerei.
La vicenda, per come si è dipanata, ha messo in luce i limiti degli accordi che regolano la presenza militare americana in Italia. Gli Stati Uniti non necessitano di un’autorizzazione politica di alto livello per le attività di routine o logistiche nelle basi come Sigonella, ma – come ribadito anche da fonti del ministero della Difesa a stampa estera – per operazioni che abbiano natura offensiva o che esulino dagli accordi quadro, il via libera deve passare attraverso una consultazione preventiva che, in questo caso, sarebbe dovuta arrivare fino al Parlamento. I bombardieri, invece, avevano già lasciato la loro base quando la richiesta di scalo tecnico è arrivata ai controllori italiani; a quel punto la verifica è stata immediata: quei voli non erano catalogabili come “normali”. Il Capo di Stato maggiore Portolano, su indicazione del ministro, ha contattato il comando Usa comunicando una decisione che, consapevolmente, si esponeva al rischio di un incidente diplomatico. Nessuna drammatizzazione, però, è filtrata dalla nota ufficiale di palazzo Chigi, dove si è preferito sottolineare come “ogni richiesta venga esaminata caso per caso” e come i rapporti con Washington restino “solidi”.




