L’Italia nega a Trump l’uso di Sigonella, il no di Crosetto ai bombardieri Usa in volo
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Redazione Interno
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Il governo italiano ha opposto un netto rifiuto all’utilizzo della base aerea di Sigonella, in Sicilia, da parte degli Stati Uniti per operazioni belliche in Medio Oriente. La decisione, maturata nei giorni scorsi e tenuta riservata fino a ieri, porta la firma del ministro della Difesa Guido Crosetto ed è scattata in circostanze che hanno lasciato poco spazio alla trattativa: il piano di volo dei velivoli statunitensi – bombardieri, secondo le prime ricostruzioni – è stato comunicato ai vertici militari italiani quando gli aerei erano già in aria, senza che fosse stata richiesta alcuna autorizzazione preventiva né fosse stato avviato un previsto confronto con lo Stato maggiore.
È stato il Capo di stato maggiore della difesa, Luciano Portolano, a informare Crosetto della situazione dopo essere stato allertato dall’Aeronautica militare. I velivoli, decollati da basi non meglio specificate, avevano inserito nei piani di volo uno scalo tecnico a Sigonella per poi proseguire verso il Golfo Persico, in un contesto di crescenti tensioni e operazioni militari in corso tra gli Stati Uniti e l’Iran. La valutazione immediata degli uffici tecnici del ministero ha accertato che non si trattava di voli logistici ordinari o di attività rientranti nella normale routine operativa contemplata dai trattati bilaterali in materia di difesa. Di conseguenza, su mandato diretto del ministro, Portolano ha comunicato al comando statunitense l’annullamento dell’autorizzazione all’atterraggio, interrompendo di fatto la missione in corso.
Il precedente storico che inevitabilmente viene in mente è quello del 1985, quando il presidente del Consiglio dell’epoca, Bettino Craxi, si oppose con le armi spianate sull’asfalto di Sigonella all’atterraggio di un aereo militare Usa che trasportava i dirottatori della nave da crociera Achille Lauro. Allora, come oggi, fu lo stesso impianto della base siciliana – considerata strategica per il controllo del Mediterraneo centrale – a diventare il teatro di uno scontro diplomatico tra Roma e Washington. Stavolta, però, non si tratta di un incidente giudiziario ma di un nodo politico legato all’uso del territorio nazionale per azioni di guerra non preventivamente condivise. La mossa del governo Meloni, che ha operato attraverso il canale tecnico-militare senza clamori immediati, finisce per allineare l’Italia alla posizione già assunta nei giorni precedenti dalla Spagna, un altro alleato europeo che ha negato l’uso delle proprie basi per le stesse operazioni, in un contesto in cui l’amministrazione Trump sta spingendo per un coinvolgimento diretto dei partner Nato nel conflitto in corso.
La ricostruzione dei fatti, fornita dal Corriere della Sera e poi confermata da fonti del ministero della Difesa, delinea con precisione il meccanismo che ha portato alla rottura dell’ordinaria amministrazione. Non si è trattato, infatti, di una richiesta formale respinta, ma dell’esecuzione di un piano operativo già in fase avanzata – gli aerei erano in volo – che non aveva superato i necessari crismi della consultazione preventiva. La mancanza di quella che negli ambienti militari viene definita “consultazione” tra i rispettivi stati maggiori ha fatto scattare il protocollo di sicurezza, portando Portolano a richiedere l’intervento diretto del ministro. Crosetto, che in passato aveva già chiarito in Parlamento come l’uso delle basi italiane debba essere circoscritto ai trattati in vigore, ha dato ordine di bloccare lo scalo, sostenendo di fatto che operazioni di natura offensiva non rientrano nelle autorizzazioni generali.
La vicenda, destinata a pesare sui rapporti bilaterali con la nuova amministrazione americana guidata da Donald Trump, è stata gestita con il massimo riserbo per alcuni giorni, finché la notizia non è stata resa pubblica. Nessuna dichiarazione ufficiale è ancora arrivata da Palazzo Chigi, mentre il ministero della Difesa si è limitato a non smentire le ricostruzioni stampa, confermando indirettamente la sequenza di eventi che ha visto il vertice militare italiano agire in autonomia per salvaguardare la sovranità nazionale in una fase delicata per la sicurezza internazionale. Resta il fatto che, per la seconda volta in pochi mesi, il governo italiano si trova a dover gestire un incidente diplomatico legato all’uso delle proprie infrastrutture militari, in un momento in cui gli equilibri nel Mediterraneo e la solidarietà atlantica sono sottoposti a forti tensioni.
Il precedente del 1985 e la sovranità sull’asfalto siciliano
La crisi di Sigonella del 1985 rappresenta il precedente più citato per comprendere la portata del gesto compiuto dal governo Meloni. In quella circostanza, il presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi ordinò alle forze dell’ordine italiane di circondare un aereo militare statunitense che era atterrato senza autorizzazione per prelevare i palestinesi autori del dirottamento della *Achille Lauro. Il pugno duro di Craxi, che arrivò a puntare fisicamente le armi contro i militari americani, segnò una pagina di orgoglio nazionale che da allora aleggia come uno spettro nelle relazioni tra i due paesi ogni volta che si discute dell’uso delle basi. Nel caso di questa settimana, le armi non sono state puntate, ma la dinamica istituzionale presenta analogie sostanziali: il rifiuto di subire un fatto compiuto da parte di un alleato che, pur considerato predominante, viene chiamato a rispettare le procedure. La decisione di Crosetto, avallata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, è stata presa in nome di un principio di sovranità che, sebbene formalmente sancito dai trattati, raramente viene esercitato in modo così categorico. A rendere la situazione ancora più complessa è il fatto che la base di Sigonella non è solo un avamposto militare, ma un nodo cruciale delle comunicazioni e delle operazioni di intelligence nella regione, un luogo dove la presenza americana è storicamente radicata ma non slegata dalle regole dello Stato ospitante.
Le procedure disattese e la natura dei voli negati
L’elemento dirimente che ha portato al veto italiano riguarda la natura stessa della missione e la violazione delle procedure di consultazione. Secondo le fonti del ministero della Difesa, quando lo Stato maggiore dell’Aeronautica ha verificato il piano di volo dei velivoli, è emerso con chiarezza che si trattava di voli operativi legati a operazioni di guerra, non di missioni di trasporto o di supporto logistico che normalmente rientrano nelle autorizzazioni generali concesse all’alleato atlantico. La mancata richiesta di autorizzazione preventiva, accompagnata dal fatto che il piano è stato comunicato solo a missione già avviata, ha configurato una situazione di fatto che il governo non poteva ignorare senza abdicare alle proprie responsabilità. È stato il Capo di stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, a informare Crosetto dell’accaduto, e questi ha impartito la direttiva di negare l’atterraggio, ritenendo che la mancata consultazione rendesse di fatto illegittimo l’uso del territorio nazionale per un’operazione bellica non concordata. La decisione è stata comunicata direttamente al comando Usa, che ha dovuto deviare i velivoli verso altre destinazioni, con un conseguente impatto operativo e logistico sulle missioni in corso nel Golfo Persico. Il fatto che l’Italia si sia così allineata alla posizione già assunta dalla Spagna pochi giorni prima non è secondario: dimostra una volontà coordinata di alcuni governi europei di non farsi coinvolgere acriticamente in un’escalation militare, nonostante la pressione esercitata dalla Casa Bianca.
Le implicazioni di un gesto che parla da solo
Al di là della retorica istituzionale, il gesto del governo Meloni ha un peso specifico rilevante nei rapporti con la nuova amministrazione Trump. Non si tratta, come potrebbe sembrare a una lettura superficiale, di un mero incidente tecnico: è un segnale politico lanciato in una fase in cui gli Stati Uniti chiedono ai partner europei un contributo più attivo nel contenimento dell’Iran. L’uso delle basi, in questo contesto, diventa un indicatore sensibile della volontà di un paese di allinearsi o meno alle strategie di Washington. La decisione di dire “no” mentre gli aerei erano già in volo amplifica la portata del messaggio, dimostrando che l’Italia è disposta a imporre le proprie condizioni anche a costo di un incidente diplomatico. Le verifiche tecniche hanno accertato che i velivoli non avevano alcuna emergenza a bordo che giustificasse un atterraggio forzato, e che quindi la richiesta di scalo rientrava in una normale procedura operativa che, però, non aveva ottenuto i crismi della legalità dal punto di vista italiano. Il ministro Crosetto, che in passato aveva già sottolineato in Parlamento la necessità di un coinvolgimento preventivo delle Camere per operazioni di questa portata, ha agito di conseguenza, evitando di lasciare ambiguità interpretative. Ora, la palla passa alla diplomazia, chiamata a gestire le conseguenze di una scelta che, se da un lato ha riaffermato la sovranità nazionale, dall’altro rischia di creare un precedente difficile da gestire nei futuri confronti con un alleato tradizionalmente sensibile a queste questioni di autonomia operativa.




