L’ira di Trump, il no di Sigonella e lo scudo del governo: così l’Italia ha detto “non è la nostra guerra”
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Redazione Esteri
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La frattura, apertasi silenziosamente nei corridoi della diplomazia, è esplosa infine in un post su Truth, l’amplificatore abituale delle sue rimostranze. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca ormai da più di un anno, ha scelto la via più diretta – quella social – per sanzionare simbolicamente un alleato scomodo: l’Italia. L’oggetto del contendere, a ben guardare, non è solo il diniego opposto all’uso della base aeronavale di Sigonella, rifiutato a fine marzo per il transito di bombardieri diretti nel teatro bellico iraniano, ma una concezione più profonda e divergente dell’alleanza stessa. Quando il presidente americano scrive “L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro”, non sta semplicemente descrivendo una mancata cortesia operativa, ma sta fotografando il collasso di un’intesa che per decenni aveva retto l’architettura di sicurezza del Mediterraneo.
A scatenare la reazione a stelle e strisce non è stato un evento isolato, ma una catena di scelte nazionali che Palazzo Chigi ha rivendicato come atti di sovranità. La premier, Giorgia Meloni, ha ribadito che la guerra in Iran – scatenata a fine febbraio – non può considerarsi un conflitto automaticamente estendibile ai territori italiani. Così, quando la richiesta di autorizzazione per i velivoli statunitensi è arrivata, forse tardivamente secondo i protocolli, il governo ha opposto un secco diniego, citando i limiti costituzionali che vietano di fatto guerre non dichiarate. I trattati bilaterali, quelli siglati negli anni Cinquanta e basati su un memorandum tecnico ormai datato, concedono l’uso delle basi (da Sigonella ad Aviano, fino a Ghedi Torre) solo per scopi di addestramento o logistica, a meno di emergenze improvvoche. Un’emergenza, agli occhi di Roma, non era stata dimostrata.
Il fattore Vaticano e la difesa del pontefice
C’è un altro elemento, tuttavia, che ha trasformato un normale attrito diplomatico in una resa dei conti personale. Si tratta, come rivelano le dinamiche incrociate tra i palazzi del potere, del ruolo inaspettato ricoperto da Papa Leone XIV. Il pontefice, il primo americano a sedere sulla cattedra di Pietro, ha rotto gli indugi con una fermezza che ha sorpreso anche i più attenti osservatori. Dopo l’inizio delle operazioni militari, Leone XIV ha definito l’aggressione a Teheran “inaccettabile”, ha invocato un’off-ramp per uscire dalla crisi e ha denunciato quella che ha definito l’“idolatria del denaro e della forza”. Parole che Trump ha percepito come un tradimento, arrivando a definire il Papa “debole sul crimine” e a dubitare pubblicamente della sua autorità morale. A quel punto, Meloni – cattolica praticante e leader di un paese a stragrande maggioranza cattolico – si è trovata stretto tra la fedeltà atlantica e la difesa di una figura religiosa centrale per l’identità nazionale. Ha scelto quest’ultima, bollando gli attacchi del presidente come “inaccettabili” e schierandosi senza ambiguità a fianco del Vaticano.
La mossa, apparentemente controcorrente in un’alleanza di destra che guarda con simpatia a Trump, ha trovato in realtà un consenso raro, esteso trasversalmente dalle fila del governo fino all’opposizione di centrosinistra. L’Italia, insomma, ha usato lo scudo del pontefice per legittimare una linea di autonomia che sul piano militare era già stata tracciata. Come ha sottolineato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, dinanzi al parlamento: rispettare gli accordi sulle basi non significa essere in guerra, ma adempiere con responsabilità a impegni stabiliti dalla legge. Una sottigliezza giuridica che, però, nella comunicazione diretta e aggressiva di Trump, si è persa del tutto, lasciando spazio alla percezione di un’Italia “negativa” e non allineata.
Le regole di ingaggio e la sovranità (contesa) del territorio
Per comprendere la profondità dello strappo, bisogna calarsi nella realtà fisica di Sigonella, una “portaerei di terra” situata nel cuore della Sicilia orientale. La base, che ospita mediamente duemila uomini tra militari e civili, è un hub strategico insostituibile per il controllo del Nord Africa e del Medio Oriente. A differenza di Aviano, specializzata in cacciabombardieri, Sigonella è il centro nevralgico per i pattugliatori marittimi, i droni a lungo raggio e le operazioni di sorveglianza. Negarla, quindi, non è un gesto banale: significa costringere l’aviazione americana a ricalibrare le proprie rotte, allungando i tempi di reazione. Il governo italiano, però, ha fatto leva su un principio chiaro: la sovranità. Anche se il comando operativo è americano, il nulla osta politico spetta a Roma, una clausola già azionata in passato (dalla crisi del 1973 fino agli incidenti degli anni Ottanta) e mai abrogata.
La reazione della Casa Bianca, però, non si è limitata al post social. Secondo fonti raccolte dalla stampa internazionale, l’amministrazione starebbe seriamente valutando un piano di “punizione” per gli alleati Nato ritenuti sleali. Il piano, discusso in riunioni riservate, ipotizza lo spostamento di truppe dalle nazioni “non collaborative” (come Spagna, Germania e appunto Italia) verso i cosiddetti “fianchi orientali”, dove Polonia, Romania e Grecia si sono dimostrati più compiacenti alle direttive di Washington. Sebbene una rottura totale del patto atlantico rimanga improbabile, l’era della solidarietà automatica sembra definitivamente tramontata, sostituita da un approccio transazionale in cui ogni rifiuto, anche se motivato da cavilli costituzionali, ha un costo politico immediato.
Il petrolio, Hormuz e la linea chiara di Forza Italia
L’accusa di Trump, in ultima analisi, si riassume in una parola: ipocrisia. Il presidente americano ha sottolineato come l’Italia continui ad approvvigionarsi di petrolio dall’area del Golfo, beneficiando della stabilità garantita dalla flotta statunitense, senza però volerne condividere il costo in termini di sangue o di appoggio militare. Una critica che il governo italiano ha respinto spostando il piano dell’azione. Se è vero che Roma non ha aperto le porte di Sigonella ai bombardieri, è altrettanto vero che ha partecipato attivamente alla missione europea per la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. La premier Meloni ha volato a Parigi per il vertice dei “volenterosi”, un’iniziativa parallela (e senza la regia di Washington) per garantire il deflusso del petrolio e sminare i fondali.
Una posizione, quella del governo, che in parlamento ha trovato un convinto alleato in Forza Italia. Il deputato azzurro, Perego, ha parlato di “linea chiara e ferma” a difesa dell’interesse nazionale, sottolineando come l’esecutivo abbia fatto tutto ciò che doveva fare senza lasciarsi trascinare in un conflitto che non sente come proprio. Non si tratta, evidentemente, di pacifismo, ma di realismo: l’Italia ha concesso strumenti di difesa ai partner del Golfo e continua a garantire l’assistenza logistica di base, ma ha tracciato un solco netto tra difesa alleata e guerra offensiva. Un distinguo che, almeno per ora, regge. Ma mentre la crisi iraniana si avvia forse verso una soluzione sul campo, i danni alle relazioni transatlantiche – come dimostrano i veti incrociati e le bordate social – rischiano di lasciare cicatrici ben più durature.




