Il segretario di Stato Rubio mette in discussione il rapporto con la Nato mentre Trump annuncia un discorso alla nazione sull’Iran
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Redazione Esteri
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La tensione diplomatica tra Washington e i membri storici dell’Alleanza Atlantica ha raggiunto una soglia critica nel corso del trentatreesimo giorno della Guerra del Golfo, un conflitto che vede opposti Stati Uniti e Israele all’Iran. A gettare benzina sul fuoco di un rapporto già logorato dalle divergenze strategiche è stato il segretario di Stato americano Marco Rubio, il quale, in un’intervista a Fox News, ha dichiarato che gli Stati Uniti dovranno “riesaminare” l’interesse che presenta la Nato per il Paese. Un’affermazione, questa, che di fatto mette in discussione il perno della sicurezza occidentale del dopoguerra, aprendo scenari inediti per il futuro dell’alleanza. L’accusa mossa da Rubio – rilanciata in precedenza anche dal segretario alla Difesa Hegseth – è speculare a quella già avanzata nei giorni scorsi dall’amministrazione Trump: gli alleati europei non avrebbero fornito il sostegno necessario nelle operazioni militari in Iran e nello Stretto di Hormuz, un’inerzia che, agli occhi della Casa Bianca, configurerebbe una carenza di reciprocità tale da rendere obsoleti i pilastri della difesa comune.
La frizione con gli alleati e il nodo di Sigonella
Il clima di crescente diffidenza nei confronti dei partner storici trova un riscontro concreto anche nella gestione operativa delle basi militari. Venerdì scorso, il Ministero della Difesa italiano ha negato l’atterraggio a un bombardiere statunitense F-15 presso la base di Sigonella, una decisione maturata dopo aver appurato che il velivolo – contrariamente a quanto sostenuto nelle comunicazioni iniziali – non rientrava nella categoria dei mezzi logistici. Il veto, calato in un momento di massima intensità operativa per le forze americane impiegate nel Golfo, rappresenta un indicatore palpabile delle frizioni che attraversano il fronte occidentale. La rigidità mostrata da Roma, interpretata negli ambienti diplomatici come un tentativo di mantenere un margine di neutralità operativa, ha alimentato a Washington le accuse di un mancato sostegno concreto, fornendo ulteriore carburante alle critiche di Rubio e Hegseth verso un’alleanza che – nelle loro parole – rischierebbe di trasformarsi in un rapporto unidirezionale.
L’attesa per l’annuncio di Trump e gli sviluppi sul campo
Mentre le capitali europee cercano di decifrare la portata della minaccia di Washington di ridimensionare il proprio impegno nella Nato, l’attenzione mediatica si sposta ora sulla Casa Bianca. Il presidente Donald Trump ha annunciato che parlerà alla nazione alle 21 di oggi, promettendo un «importante annuncio» riguardante l’Iran. Nelle dichiarazioni rilasciate nelle ultime ore, Trump ha indicato con ottimismo la conclusione del conflitto, prevedendo che la guerra potrà terminare nel giro di due o tre settimane e sostenendo che Teheran non sarebbe più in possesso dell’arma nucleare. Si tratta di affermazioni che arrivano in un contesto operativo ancora estremamente fluido, caratterizzato da un’escalation che non accenna a placarsi sul territorio libanese, dove il Ministero della Salute ha riportato un bilancio di sette morti e decine di feriti a seguito di attacchi israeliani che hanno colpito la zona di Jnah, nella periferia meridionale di Beirut.
Il fronte marittimo e la crisi nello Stretto di Hormuz
Il confronto militare, intanto, si allarga progressivamente all’intera regione, coinvolgendo attori chiave del Golfo Persico. Fonti locali riferiscono di un attacco con droni che ha preso di mira un aeroporto in Kuwait, un’azione che si inserisce nella strategia di pressione sulle rotte marittime e sugli snodi logistici fondamentali. In questo quadro, gli Emirati Arabi Uniti si dicono pronti a scendere in campo per tentare di forzare il blocco nello Stretto di Hormuz, un punto di transito nevralgico per il traffico petrolifero mondiale la cui sicurezza è diventata il nodo centrale della disputa. Il segretario di Stato Rubio, nel suo intervento televisivo, ha legato esplicitamente la revisione del rapporto con la Nato alla gestione di questo fronte marittimo, lamentando che l’assenza di una copertura adeguata da parte degli alleati in quella zona critica abbia esposto unilateralmente le forze statunitensi. La situazione sul terreno rimane frammentaria: mentre l’amministrazione Trump prepara il discorso presidenziale, il conflitto registra ulteriori episodi di tensione con una giornalista statunitense rapida e poi liberata in Iraq, un episodio che restituisce la misura dell’instabilità che attraversa il quadrante iracheno, trasformato in teatro di operazioni collaterali.




